Libro V

Del Frutto Della Moneta



INTRODUZIONE



Grave, difficile e pericolosa materia è questa, in cui il mio istituto mi mena; e tale ch'io mi sarei ben volentieri astenuto d'entrarvi dentro, se l'avessi potuto decentemente fare. I contratti ove interviene frutto di danaro sono tanto disputati, che non si può approvarne, o condannarne alcuno senza pericolo d'esserne ripreso da chi tiene diversa opinione. E perché coloro i quali disputando hanno acquistato rispetto e fama, mirano chiunque s'oppone loro con quell'animo stesso che un soldato riguarderebbe chi venisse ad involargli il soldo o la rata del suo pane, e colla stessa ferocia si vendicano; sì fatte dispute sono state sempre sanguinose e crudeli. Pure dubitando io che i veri precetti della nostra divina religione, e degli antichi Padri e Dottori intorno all'usura non sieno stati da' più moderni commentatori, per l'infelicità de' secoli, bastantemente ben dichiarati; e che nemmeno sia stata tutta a dovere intesa la bolla del regnante Supremo Pastore, meritamente venerabile per la somma e soprannaturale sapienza con cui guida la greggia a lui commessa; perciò non dubiterò d'esporre qui alcune opinioni che mi stanno nell'animo: pronto sempre non meno a dichiararle meglio e più posatamente difenderle, quando sarò con cristiana virtù contraddetto, che ad abbandonarle e detestarle quando, da chi lo può, sarò diversamente e secondo la verità ammaestrato.


CAPO PRIMO



Dell'interesse e delle usure.



Hanno da antichissimo tempo gli uomini ricchi tratto frutto dal denaro in varie forme di contratti; e nel tempo stesso i poveri si sono doluti della maggior parte di tali convenzioni, come d'ingiuste e malvage. E siccome è proprio di chi gode tacere e soffrire i pianti altrui, come per contrario in chi si duole, le grida e gli strepiti sono sempre grandissimi; perciò sono stati tutti i secoli fino al decimoquinto ripieni di voci concordi in biasimare ogni frutto del danaro, e detestarlo. Nel secolo decimosesto, quando la scoperta dell'Indie nuove, l'accrescimento dell'arti, dell'industria, del commercio, e della moneta, l'istituzione delle rendite su' debiti dello stato fatta la prima volta da Francesco I re di Francia, ed imitata dagli altri principi, la distruzione de' Giudei crudelissimi usurai, e l'istituzione de' Monti di Pietà, ebbero quasi estinte affatto le usure e quetata la plebe, si videro con mirabile accidente uscir fuori ingegni acutissimi a proteggere e sostenere l'usura già morta, che viva non era stata difesa da alcuno. Claudio Salmasio, uomo di cui non v'è forse stato chi abbia avuto ingegno e lettura più grande (sebbene ei n'abbia fatto uso assai piccolo), fu il primo che scrisse compiutamente delle usure con non minore dottrina che inclinazione a giustificarle. Dietro lui scrisse Nicolò Broedersen canonico della Chiesa d'Utrech, e poi altri: e ad essi s'oppose un numero grandissimo di scrittori d'ogni nazione. Negli anni passati si riaccese la disputa in Italia, dove Scipione Maffei gentiluomo veronese scrisse dell'Imprego del danaro: e siccome l'animo suo nobile e generoso, e l'opinione della virtù e sapienza sua meritamente stabilita presso tutti, faceano conoscere non essere lui stato trasportato da passione o da riguardo alcuno, eccitò il libro negli animi di molti grandissima commozione. Gli si oppose Daniello Concina dell'ordine de' Predicatori con due libri (de' quali il primo fu stampato in Napoli) ripieni di fervore e fuoco incredibile, e tanto meno aspettato, quanto parea doversi vedere fra uomini amici, dotti e sottoposti allo stesso principe maggior placidezza. Ma furono le dispute interrotte con savio consiglio dalle Supreme potestà; conoscendosi che coloro i quali tanto ragionano del peccato dell'usura, non hanno per ordinario avute dalla Provvidenza facoltà da poterlo commettere; e coloro al contrario che vi potriano cadere, non sono stati, per colpa della loro educazione, posti in istato d'intendere le controversie.



Non si può negare che sebbene la ragione sia per lo più dalla parte del Concina, abbiano gli avversari in favor loro molte plausibili e speciose ragioni. Ora io son persuaso che quando in due opposte sentenze si vede quasi divisa la verità, ed inclinare non più all'una che all'altra, conviene che qualche abbaglio o inganno di voce siavi per lo mezzo: essendocché il vero colla sua luce discuopre subito l'origine sua, e la concatenazione con tutte l'altre verità, e tinge sì fattamente di nero il falso, ch'è impossibile non avvedersene. Quindi meco stesso ripensando ho avvertite quelle cose che mi sembrano aver prodotte tante dispute, e qui le anderò manifestando il meglio ch'io sappia fare.



Ne' secoli d'ignoranza gli uomini prendevano tanto spavento degli accidenti del caso e della fortuna, che, non altrimenti che da un cavallo indomito e calcitrante, fuggivanla paurosi, e da lei cercavano salvarsi alla meglio. La luce delle vere scienze scoperse finalmente niuna cosa esser meno fortuita del caso; avere le sue vicende un ordine costante ed una regolata ragione; e potersi tra il certo presente e l'incerto avvenire trovar proporzione. Così quetata a poco a poco la paura, cominciarono gli uomini domesticatisi colla fortuna a trattarla, ed a giocarvi intorno. S'udì la prima volta disputare della giustizia ne' giuochi di pura sorte; e l'arte d'indovinare tanto vilipesa divenne in mano del Bernulli figlia delle matematiche e della verità. Da' giuochi si passò a cose più serie; e furono le navigazioni, le vite degli uomini, e le ricolte delle campagne, state già tanto tempo scherno della sorte, furono, io dico, misurate, apprezzate, e contro l'arbitrio della fortuna assicurate, ponendole la prudenza umana le redini e le catene. Fu allora conosciuto che il valore intrinseco era sempre mutabile secondo i gradi di probabilità che si aveano, a dovere o non dover godere di qualche cosa; e si conobbe che cento ducati lontani dalla mano d'alcuno, quando hanno cento gradi di probabilità a non perdersi e dieci a perdersi, diventano novanta ducati presenti, e per novanta s'hanno a valutare in qualunque contratto o di giuoco o di baratto. Così, mediante le matematiche, furono raddrizzate molte convenzioni, e richiamatavi quella giustizia che le tenebre delle false scienze ne aveano discacciata. L'ardire degli uomini incontro al caso fu calcolato e ristretto tra limiti certi e stabiliti.



Quindi nacquero il cambio e l'interesse, fratelli tra loro. L'uno è l'eguagliamento tra il danaro presente e il danaro lontano di luogo, fatto con un soprappiù apparente che s'aggiunge alle volte al danaro presente, alle volte al danaro lontano, per render eguale il valore intrinseco o dell'uno o dell'altro diminuito dalla minor comodità o dal maggior pericolo. L'interesse è la stessa cosa fatta tra il denaro presente e il lontano di tempo, operando quello stesso il tempo che fa il luogo: e il fondamento dell'un contratto e dell'altro è l'egualità del vero intrinseco valore. Tanto è ciò vero, che talora nel cambio il danaro presente val meno del lontano, e dicesi cambio di sotto al pari; e le carte rappresentanti il danaro, che a buon conto non son altro che danaro futuro, molte volte vagliono più del contante; e questo di più è detto agio.



Ecco che ora si scuopre come tutto il falso de' sentimenti di Nicolò Broedersen nasce da idee false, e da cattivo uso delle parole; e tutta quella sembianza di vero che vi traspare, sta nascosta in una verità mal ravvisata. È stato errore chiamar lucro e pro del danaro ciò ch'è riempimento àel mancante posto per pervenire all'egualità. Ogni lucro o grande o piccolo dato dal danaro, di sua natura infruttifero, è biasimevole: né si può dir frutto delle fatiche; poiché le fatiche son fatte da chi prende imprestanza, non da chi dà. Ma dove è egualità non è lucro: e dove il prezzo intrinseco è magagnato e scemato dal rischio e dall'incommodo, non si può dir lucro il riempirlo. Falso pensiero è poi ed abominevole di lui e de' suoi seguaci trovar disparità tra 'l povero e 'l ricco, e confonder la giustizia colla compassione. Il giusto si può a ragione domandare e pretender del pari dal più ricco e felice, che dal più sfortunato: l'ingiusto non si può pretender da alcuno. Né chi rende altrui sua ragione ha da entrar a correggere le disposizioni della Provvidenza, e compartire diversamente colla debolissima opera sua la prosperità e la miseria; essendo la povertà più frequentemente generata da' vizi che dalle sventure.



Per contrario molti teologi avendo benissimo definita l'usura e il mutuo, hanno poi mal intesa la definizione loro medesima. Usura è ((quel lucro che si riceve oltre la sorte in virtù del contratto del mutuo)). Giustissima definizione; e chiunque (come molti recenti non cattolici han fatto) vorrà variarla, e dire che il mutuo non gratuito non è mutuo, e allora il suo frutto non è usura, scherzerà sulle parole non meno empiamente che senza utilità: perocché a Dio non v'è arte, né mezzo da imporre; agli uomini non v'è necessità. Sono state inventate tante formole diverse da eluder il rigore dell'umane leggi contro l'usura, che è veramente poi soverchio ed intollerabile voler finanche venire ad insultare l'interno conoscimento del giusto, e perturbarlo. La definizione del mutuo è del pari giustissima, consistendo in (( consegnare una cosa con patto di riaver l'equivalente, e niente di più)). Ma di questo equivalente, espresso dalla voce latina tantundem, l'idea dovrebbe esser migliore e più chiara. Il valore è la proporzione che le cose hanno a' nostri bisogni. Equivagliono quelle ch'apportano egual comodità a colui rispetto al quale si dicono equivalenti. Chiunque cercherà l'egualità altrove seguendo altri princìpi, e la vorrà trovare o in sul peso, o nella simile figura, si mostrerà poco intelligente de' fatti umani. Un foglio di carta equivale molte volte al danaro, da cui è difforme e per peso e per figura. Molte volte al contrario due monete d'egual peso e bontà, e di simile figura, non equivagliono. Quando in un luogo non è dato corso a una moneta straniera ancorché buona (come è fra noi della moneta d'argento romana), non arreca egual comodo l'aver un pezzo di metallo inutile, e ricusato da tutti, che un altro pezzo simile, ma in libero commercio. E perciò s'ha da pagar meno la moneta vietata, e s'ha da stimare per tanto, per quanto non è ricusata, cioè pel valore intrinseco del suo metallo; il che è una sorte di cambio assai giusto e ragionevole. In fine è certo che fra glí uomíni non ha prezzo altro che il piacere, né si comprano se non le comodità: e siccome uno non può sentir piacere senza incommodo e molestia altrui, non si paga altro che il danno e la privazion del piacere ad altri arrecata. Il tenere alcuno nel batticuore è dolore: dunque conviene pagarlo. Ciò che si chiama frutto del danaro quando è legittimo, non è altro che il prezzo del batticuore; e chi lo crede cosa diversa, s'inganna.



Se ora co' princìpi da me esposti si rivolgeranno gl'insegnamenti del pontefice Benedetto XIV si troveranno meravigliosamente rio pieni di sapienza e di verità: se si guarderanno le operazioni umane non biasimate dal popolo, si conosceranno conformi alle massime sopraddette.



Quattro principali dottrine nella bolla che comincia Vix pervenit sono a' fedeli insegnate. La I che il mutuo sia la restituzione dell'equivalente: l'usura, il guadagno di sopra all'equivalente; onde si conclude ((omne propterea huiusmodi lucrum, quod sortem superet, illicitum, et usurarium est)). Insegnamento verissimo. Ma non s'ha da chiamar guadagno l'apparente ed ideale accrescimento che si mostra tale per colpa del mal valutato prezzo della sorte principale. In II si condanna a gran ragione ogni guadagno o grande o piccolo, come peccaminoso e riprensibile, AVENDO I CONTRATTI UMANI PER BASE E FONDAMENTO L 'EGUALITÀ. In III si dice non esser intrinseco al mutuo questo soprappiù: del che non si può dir cosa più vera. Anzi egli è tanto vario, quanti sono vari quasi all'infinito i gradi delle probabilità della perdita, la quale siccome alle volte è grandissima (come nelle usure marittime), così discende alle volte fino al zero (come è ne' Banchi, e nelle Compagnie delle repubbliche), e talvolta anche di sotto al zero prendendo nelle quantità negative (come avvenne in Francia al tempo del sistema del Law). In IV è dichiarato che non in ogni prestito si può trovar ragione da pretendere il soprappiù dell'egual peso di metallo. Quest'ancora è sentenza non meno vera che manifesta; mentre se fosse vero il contrario, non avrebbono potuto sussistere i Banchi delle repubbliche, non si vedrebbero pieni di danaro infruttifero; né, quel ch'è più, vi sarebbe chi si contenta d'avere il suo danaro nel Banco senza pro, e ricusa porlo a fruttificare in mano privata. Né vale dire che i Banchi sieno depositi, essendo noto rlhe que' d'Olanda e di Venezia hanno mutata natura da deposito ad imprestito; ma imprestito per la somma sicurezza sua meritamente infruttuoso.



Sarebbero, s'io più mi trattenessi in questo ragionamento, oltrepassati i limiti di quanto mi si conviene.l Intanto se ciò che ho detto cagionasse negli animi d'alcuno dubbi e difficoltà, se ne potrà altrove più agiatamente disputare. Prego solo coloro che mi si volessero opporre, a percuoter me, e non un finto inimico da essi a piacer loro creato ed armato. E per non errare nel nodo della disputa, basterà prima d'ogni altro risolvere i seguenti quesiti. In ogni paese dove la restituzione dell'equivalente si misurasse sempre coll'egualità del peso del metallo senz'altra considerazione, è certo che gl'imprestiti sarebbero difficili e rarissimi. Ora se per eccitare gli uomini a prestare, una compagnia di ricchi mercanti si risolvesse d'assicurare coloro che prestano mediante un tanto per cento pagato da chi prende imprestanza, sarebbe lecita o illecita tale assicurazione? Dopo risoluto questo s'ba da risolver l'altro quesito. Se colui che presta non curando sicurtà estrania riscotesse egli stesso il prezzo dell'assicurazione, cambierebbe natura il contratto; e da giusto diventerebbe peccaminoso?



Vengo ormai a parlare dell'interesse per quella parte che riguarda l'arte di governare. Intorno a che imprima è manifesto esser desiderabile che gl'interessi tanto giusti quanto ingiusti, soliti a riscuotersi in una cittadinanza sotto qualunque titolo, sieno quanto più si possa piccoli e moderati. Ho uniti insieme i contratti buoni e i cattivi; perché il rimediare a' mali col solo timore delle pene eterne e colla riverenza della religione non s'appartiene alla politica, la quale sarà ridicola e sciocca, se tutta s'abbandonerà sulla pietà. La morale guida gli uomini dopo miglioratigli e fattigli virtuosi: la politica gli ha da riguardare come lordi ancora, e coperti delle loro ordinarie passioni. Perciò conviene al principe provvedere che anche lo scellerato usuraio volendo non trovi a prestare con grossa usura: e sarà sempre più lodevole quando impedisce le colpe, che quando le castiga.



Per render bassi gl'interessi secondo l'esposto di sopra basta evitare il monipolio del danaro, e assicurare la restituzione. Perciò non è stata la sola abbondanza de' metalli preziosi che ha sbassate e quasi estinte le usure da due secoli in qua; ma principalmente la dolcezza del governo quasi in ogni regno goduta. Sieno le liti brevi, la giustizia certa, molta industria ne' popoli, e parsimonia, e saranno tutti i ricchi inclinati a prestare. Là dove è folla di offerenti, non possono esser dure le condizioni dell'offerta. Così saranno i poveri trattati senza crudeltà.



Dagli stessi princìpi viene che non si possa per legge fissare il frutto della moneta sempre tra certi limiti. Se il frutto sta in quella proporzione al capitale, come sta la probabilità della perdita alla probabilità della restituzione; da infinite circostanze ha da dipendere la determinazione di ciò che si dice frutto del danaro, e che più acconciamente si potrebbe chiamar prezzo dell'assicurazione. Ma avendo sopra tal materia lungamente discorso Gio. Locke in un suo trattato, a quello mi rimetto; che sebbene sia ancora nella sua lingua originale inglese, non dubito che sarà una volta o l'altra tradotto in lingua a noi più comunale.



Appare finalmente non potersi dalla legge variar il valore dell'interesse, ed alzarlo o sbassarlo a piacere; ma doversi ciò fare dalla natura medesima, e potersi colla mutazione dello stato e de' costumi in un regno ottenere. E siccome ne' contratti quando la legge opponsi alla natura, è trasgredita; così da una legge fatta fuori di tempo intorno all'interesse non si può sperare la restaurazione e la salute d'un paese.



La miglior maniera di minorar l'interesse è il fare i frutti de' debiti dello stato minori che sia possibile. Intorno a che voglio discorrere nel seguente capo.


CAPO SECONDO



De' debiti dello stato, e della loro utilità.



Da poco più di due secoli a questa parte hanno i principi usato per soccorrere alle necessità delle guerre prender dagli uomini privati danaro; e per incitargli a darlo di buona voglia, l'hanno renduto fruttifero smembrando una porzione di dazi, e concedendola a' prestatori, che ne dividono il profitto tra loro. Per l'innanzi, non essendo tanta virtù ne' principi, né tanta fede ne' popoli, che per qualunque speranza gli movesse a confidare nel proprio sovrano, la persecuzione de' Giudei e de' mercatanti italiani che prestavano ad usura, era l'ordinaria via da trovar le ricchezze.



Intorno a tali rendite, dette debiti dello stato, hanno disputato lungamente i politici, s'esse fossero profittevoli o dannose; e mi pare la colpa di tale dìssensione essere stata l'oscura cognizione avuta della loro natura: perciò quando l'avrò qui spiegata, sarà facile giudicarne.



Essendo il principe quella persona che rappresenta tutti i sudditi suoi, i quali si può in certo modo dire che in lui vivano, operino, e si sostengano; siccome è impossibile ch'ei sia debitore a sé medesimo, così non può esser vero debitore de' suoi sudditi stessi. Le ricchezze sue sono le contribuzioni esatte da' cittadini, ed in pro loro spese: dunque qualora ha speso il danaro prestatogli, già l'ha renduto. Nelle storie dell'antiche repubbliche si leggono frequenti esempi de' cittadini, che a gara hanno recate le proprie Sostanze a riempiere l'esausto tesoro. Oggi che la patria e la libertà non sono più come divinità idolatrate dagli uomini ammaestrati a conoscer d'esser altrove la vera patria e l'eterna libertà, non si vedono somiglianti esempi. Perciò ne' bisogni si prendono danari imprestanza, e poi o si restituiscono, o se ne paga l'interesse. Ma siccome l'uno e l'altro si fa mediante un nuovo dazio, è chiaro che il giro ritorna onde cominciò, e si rivolge in sé medesimo; e perciò l'imprestito renduto con nuovo danaro riscosso da chi prestò, non è diverso dal non renduto. È vero che il dazio non si pone direttamente su que' soli che prestarono; ma è vero ancora esser l'unione della società in una cittadin anza tale che ovunque il peso si ponga, o aggrava ogni parte o distacca e tira giù quella ove è stato appiccato quando non è tanto tenacemente unita al tutto, sicché possa sostenerlo. Appunto come l'uomo del pari è impedito a saltare per un peso o ch'ei l'abbia a' piedi, o che l'abbia sulla testa, o sulle braccia: e se gli è legato alle vesti o le si strappano, o ne resta aggravata tutta la persona.



Sicché le vere utilità de' debiti pubblici sono: I. Che della gran somma raccolta tutta in un tempo, il peso si divide sopra molti anni, ne' quali forse si potrà goder pace e tranquillità. II. Sono utili al traffico ed a' contratti, ne' quali è sempre desiderabile l'assicurazione sopra partite d' arrendamenti, più sicure assai, e di rendita più certa de' terreni. III. Le chiese, gli ospedali, i Monti, e tanti altri luoghi pii dovrebbono esser ricchi solo di simili rendite, come quelle che non richiedono le cure e i pensieri del padrone affezionato e vegliante, sono sicure dalla cattiva amministrazione, e non esposte a vicende di fertilità e di sciagure. E siccome le istituzioni pie sono rivolte all'utile pubblico, così sarebbe cosa giustissima se co' dazi fossero sostenute.



Ma i danni de' debiti pubblici se non superano eguagliano certamente i vantaggi.



In I nutriscono la pigrizia ne' ricchi pur troppo inclinati a giacervi dentro, ed opprimono il povero ad un grado quasi intollerabile. Né può essere maggior disordine in uno stato, che i tributi (per pagare i quali il contadino pena e s' affanna) sieno destinati a pascere la gente agiata senza pensiero e fatica alcuna.



In II luogo danneggiano l'agricoltura; sì perché rendono vile il prezzo delle terre in confronto del loro, che per la maggior facilità e certezza de' frutti è più pregiato; sì perché non comprandosi da' ricchi i poderi, ne resta la proprietà in mano a' miserabili villani, privi del sostegno de' ricchi nella coltivazione. E sarà sempre peggio coltivato quel paese, dove il terreno è sminuzzato in innumerabili pezzetti di terre possedute da gente poverissima, di quello ove i coloni pagati con mercede da' ricchi possessori di vaste tenute, non corrono i rischi delle cattive ricolte.



Ma di tanti danni il gravissimo è quando lo stato contrae debiti dopo le sciagure di lunga e grave guerra. Trovandosi allora i sudditi esausti di danaro, gl'imprestiti sono fatti per la maggior parte da' popoli confinanti, o al più da coloro che in mezzo alla universale miseria sono arricchiti. Quanto sia grave male l'esser uno stato debitore agli stranieri è cosa così manifesta, che non richiede dimostrazione. Dette dunque cattivo consiglio e da nemico l'abbate di S. Pietro, quando propose al governo di Francia la creazione di nuove rendite sur l'Hôtgl de ville, e tanto l'esaltò; non avvertendo che sarebbero state acquistate parte dagli Olandesi, e parte da que' finanzieri stessi ch'egli avea chiamati le sanguisughe della Francia.


CAPO TERZO



Della soddisfazione de' debiti: e de' censi.



Chiunque riguarderà la brevità del presente capo, avrà meraviglia nel conoscere come io in esso ragiono d'una non men antica difficile e lunga questione; cioè con qual moneta s'abbiano a pagare i debiti, se con quella che ottiene lo stesso nome della già stipulata, sebbene con disegual peso; o con quella che s'eguagli nella quantità del metallo alla convenuta tra i contraenti? Cesserà lo stupore considerando che la disputa è stata trattata da altri secondo le leggi positive de' re, varie ne' vari luoghi, e nella serie de' tempi: da altri secondo gl'insegnamenti della ragione e della naturale giustizia. Di tali maniere l'una non m'appartiene; l'altra non mi conviene. Disrorrere sopra le varie leggi de' principi intorno agli effetti della mutazione della moneta è opera più degna de' giureconsulti che mia, e ad essi l'abbandono. Voler poi sapere ciò che la ragione insegni, mi farebbe vergogna s'io mostrassi desiderarlo, ed andarlo ricercando. L'alzamento della moneta è una violenza fatta alla natura, renduta dalle calamità dello stato necessaria, e si può in certo modo dire ch'essa sia un abuso di voci, ed un inganno fatto sulle idee per rendere al popolo più soffribile il necessario pagamento de' debiti del comune. Or qual lume di ragion naturale si vuol trovare là dove è oppugnata e sovvertita la natura? Somiglianti ricerche non convengono se non a chi non conosce che sia l'alzamento.



Per altro il più degli scrittori si lasciano condurre a dire d'esser conforme alla naturale giustizia la restituzione dello stesso peso; né essere tenuti i sudditi ad imitare il principe, o ad obbedirgli. Ma se essi credono che colla restituzione dello stesso peso di metallo si sostenga sempre quell'egualità ch'è l'anima de' contratti, s'ingannano. L'esser il valore intrinseco della moneta quasi tanto variabile quanto l'estrinseco, distrugge ogni egualità. Così nel nostro Regno quando cento anni fa si fosse stipulato un mutuo di cento libbre d'argento, se oggi si restituiscono le cento libbre, non si rende l'equivalente, ma appena i due terzi del convenuto: perché oggi l'argento vale certamente un terzo meno d'allora, o sia, secondo la volgare espressione, le merci son incarite d' un terzo. Né si creda che ne' baratti di cosa con cosa si possa trovare maggior egualità; mentre in cento anni ogni cosa si muta nell'intrinseco suo prezzo. La popolazione e la rendita de' feudi o cresce, o manca: il prezzo delle pigioni, mutato il numero degli abitatori d'una città, si varia: variasi, secondo la varietà delle mode, de' costumi e dell'arti il prezzo de' frutti d'un podere: ed in fine tanta è la istabilità delle umane cose, che in cento anni la stessa cosa non è più la stessa nella stima e nel prezzo datole; e se un'antica permutazione, giusta allora, dopo cento anni si riguarderà, vi si troverà sempre un' enorme lesione. Il tempo fa ingiusto il giusto, e tramuta il giusto in ingiusto: e perciò qual egualità naturale si vuol trovar ne' contratti? Qual vana e ridicola conservazione ne' censi? Se la mutazione del valore estrinseco della moneta non gli scema, l'abbondanza del metallo e a mutazione del prezzo interno lo fa.



Audace e sciocca è poi l'intrapresa de' sudditi in voler contrarre di non aver a stare facto principis intorno alle monete. La validità de' contratti nella vita civile non dipende da altri che dal sovrano. Or come si potrà ricorrere al principe che sostenga, e faccia eseguire quello che contro al suo volere s' è convenuto? Ma dal non aver voluto i principi far leggi proprie, e dall'aver permesso, che i loro ministri venerassero come leggi le opinioni e le interpretazioni de, sudditi stessi, è venuta tanta confusione ed oscurità nelle leggi, e tanta insolenza ne' popoli soggetti.


CAPO QUARTO



Del cambio e dell'agio.



La voce cambio dinota la permutazione d'una moneta con un'altra o presente o lontana; e perché di queste mutazioni sono molte generazioni, sono anche molti e di diversa natura i cambi, e tutti meritano particolare e distinta definizione. Si può imprima mutare una moneta che si ha attualmente in mano (la quale io chiamo presente) con un'altra anche presente, che sia o di diverso metallo o di diverso principato. Si può in oltre mutare la presente colla lontana o che sia d'una stessa spezie di moneta, o che non sia: e così di quattro cambi mi conviene far parola.



La mutazione delle monete d'un metallo con quelle d'un altro si fa tra noi da persone occupate a sì fatto impiego, e dette bancherotti, o cagnacavalli. La regola di questo cambio è non meno la proporzione del prezzo dalla legge dato alle monete, che la proporzione dell'intrinseco valore de' metalli preziosi che sono nelle monete. Vi s'ha d'aggiunger poi il piccolo guadagno del cambiatore, acciocché possa vivere e sostenersi. In fine s'ha riguardo alla maggior comodità che danno i metalli ricchi per lo trasporto, che non dà il rame: donde viene quello che si dice alagio corrottamente da agio, che è un prezzo d'affezione dato alle preziose monete; tantoché chi le porta al cambiatore ne riceve il premio e l'alagio, lungi dal pagare alcuna cosa a lui per la sua pena. Potrà ad alcuno muover dubbio che il valor naturale contrario agli statuti del principe Possa entrare a parte nel computo del valore di due monete, quando il cambio si fa da due sudditi d'uno stesso sovrano. Ma ella è cosa certa, e verità generale, che chi domanda altrui ciò che non è dalle leggi ordinato, s'ei l'ottiene, è giusto che lo paghi. Così non potendo la legge costringer alcuno a cambiare; o non si troverà chi cambi, o non si potrà dare una moneta men buona, ed averne una buona, la quale liquefatta vaglia più che non è stata pagata. Simile è il cambio tra monete di diverso principe, quantunque d'uno stesso metallo, solito farsi ne' confini d'uno stato, quando in uno non è dato corso alle monete dell'altro. La regola di esso è l'intrinseco valore, o sia la quantità del metallo delle due monete; senza di che l'uno stato potrebbe talvolta asciugare tutta la moneta dell'altro. Questi cambi sono detti naturali, o puri, e talvolta anche minuti.



Ma più frequentemente è detta cambio la permutazione del danaro presente coll'assente, o sia ((una cessione d'un credito che un uomo fa ad un altro, mediante un foglio detto lettera di cambio)). Sicché il vero cambio mercantile suppone tre persone; un debitore, un creditore, ed uno a cui è ceduto il credito. Quando delle tre persone non v'è n'è di reali altro che due, il cambio diventa finto; e si fa o per esprimere un debito con lettera di cambio per godere delle prerogative che a queste carte obbligatorie ha concedute la legge; o si fa per nascondere un mutuo con usura, ed allora si dice cambio secco.



Ritornando ora a discorrere sopra il vero cambio, primieramente è chiaro non potersi dar cambio senza credito: dunque quel luogo ove sono molte e grosse offerte di lettere, conviene che sia creditore degli altri. A voler poi conoscere i princìpi e le cause donde viene la spessa mutazione del prezzo del cambio, o sia di quel soprappiù apparente aggiunto al peso eguale de' due metalli presente o lontano (e che è detto anche assolutamente cambio), basta meditare sulla natura del cambio, e subito saranno manifeste. Il cambio è l'acquisto d'una somma di danaro in parte lontana evitando il trasportarvelo; e si ottiene con farselo cedere da chi ve lo aveva, il che si dice girare. Dunque tutto quel che si paga a chi trae di più dell'equivalente peso di metallo, non ha da superare il prezzo del trasporto unito al prezzo di tutti i gradi di rischio, a' quali è sottoposto il metallo trasportato, e non la cambiale. Ecco adunque l'ultimo limite del prezzo de' cambi, oltre al quale non possono stabilmente e per lungo tempo stare, quando anche talvolta in un movimento improvviso l'avessero trapassato. Il termine giusto è quando col peso del buon metallo, che è nelle varie monete, si regola, ed è detto cambio alla pari. Discende di sotto al pari alle volte per quelle ragioni stesse per cui una mercanzia avvilisce. Il prezzo vile è prodotto dalla folla de' venditori, e dalla premura di vendere. Così quando in un luogo sono molti i crediti de' mercanti, i quali abbiano premura di riavere il danaro, divenendo la cessione del credito più vantaggiosa a chi la fa che a chi la riceve, e sborsa il danaro contante, divengono le condizioni di utile a chi cambia, di perdita a chi trae. Dunque il cambio favorevole a' banchieri nasce da povertà e decadenza d'uno stato; e per contrario quanto egli è più basso, tanto maggiori hanno ad esser i crediti d'un paese co, suoi convicini: e questi crediti non potendo nascere se non da robe vendutevi, tanto si dimostra maggiore l'estrazione. E quindi è che il principe non ha da curare che si profitti ne' cambi; sì perché lo stato intiero non vi guadagna, né vi perde, come quelli ch'escono dalla mano d'un suddito per entrare in quella d'un altro suddito; sì perché la loro piccolezza se duole a' negozianti non ha da rincrescere a chi ama la prosperità d'uno stato. E perciò quelli scrittori che vi fanno molto strepito d'intorno, si dimostrano più affezionati al traffico, stata forse la loro arte, che al bene de' concittadini. E veramente i giudizi che con tanta venerazione si ascoltano dagli uomini denarosi dati sulla moneta, sono simili a que' d'un uomo a cui per avere nelle vaste paterne possessioni gran numero di piante e d'alberi fruttiferi, si proponessero a risolvere le dispute e i sentimenti sulla nutrizione delle piante e sulla loro interna struttura.



Ma se non è degno de' pensieri del sovrano il cambio in quanto causa di grandi cose, lo è pur troppo come effetto, e segno de' più grandi accidenti; potendosi giustamente considerare come il polso del corpo civile delle società. Ma per tastarlo bene gli conviene aver due avvertenze; l'una di guardar sempre la totalità de' cambi del suo regno; l'altra di ricercare se per insensibili scoli ed aperture entra od esca il danaro effettivo senza passare per lo giro de' Banchi. Quando uno stato ha cambi alti con tutte le piazze mercantili è male; ma s'ei l'ha basso con una sola, s'ha poi da vedere come gli abbia questa colle altre tutte. Così chi nella piazza di Napoli non avvertisse al commercio che noi abbiamo colla Sicilia, ed al denaro che di là viene, forse s'ingannerebbe nel giudizio del nostro presente stato. In secondo luogo è cosa frequente che un paese con tutta l'altezza sterminata de' cambi, non s'impoverisca. Così avveniva a noi quando il cambio con Roma era di 22 ducati più del 130 che era il pari. Pareva dover noi restar presto esausti d'ogni moneta, e pure non si vedeva seguir tal effetto. N'era la cagione, l'essere tra le provincie degli Abruzzi e lo Stato Ecclesiastico un grandissimo traffico, tantoché siccome le campagne romane dagli Abruzzesi sono lavorate, così si può dire che Roma in gran parte sia dagli Abruzzi nutrita. Ogni contadino adunque che ritornava nel Regno conduceva seco qualche zecchino risparmiato; e così senza lettere di cambio, e senza che il rigurgito apparisse in su i Banchi e nella piazza, il Regno si ristorava, e nella fiera di Foggia, ch'è quasi il nostro cuore, rientrava il danaro assorbito a riconfortarlo.



Voglio qui terminare di dire del cambio, parendomi che l'internarmivi più a dimostrare ogni sua circostanza non sia conforme all'istituto mio, che non riguarda l'istruzione degli uomini dediti a mercantare. Dirò del pari brevemente dell'agio, il quale è ((quella disparità ch'è tra una moneta e l'altra per causa di prezzo d' affezione)). Così la moneta di Banco di Venezia essendo più necessaria del contante al traffico, e per la sicurezza stimata più, è valutata con un agio che la rende più cara del contante. Chiamasi agio anche la differenza tra il contante e le carte obbligatorie, che hanno il loro prezzo intrinseco diminuito dal timore di vicino fallimento, o di riduzioni. Questo era il traffico fatto in Francia su' biglietti discreditati, e che si fa da per tutto, ovunque corre moneta non buona e discreditata insieme colla buona; e ciascuno brama l'una e ricusa l'altra, e con sua perdita se ne disfà.



Conclusione dell'opera.



Considerando io meco stesso d'avere in parte adempiuto il mio dovere, scrivendo di materia utile al genere umano, sento tanta letizia nell'animo che, qualunque sia per essere l'evento dell'opera, dal solo averla fatta mi stimo abbastanza rimunerato. E certamente se non è più tempo d'adorare la patria, egli è sempre tempo d'amarla, di difenderla e di venerarla. Mi duole però e mi affligge che, mentre i Regni di Napoli e di Sicilia risorgono e si sollevano colla presenza del proprio sovrano, il restante d'Italia manchi sensibilmente di giorno in giorno e declini. Della quale declinazione, siccome sono molti i segni, così io credo il maggiore essere l'infinito discorso e l'innumerabile quantità di riforme, di miglioramenti, di leggi e d'istituzioni sul governo, sul traffico e sopra tutti gli ordini dello stato civile, fatti da per tutto, ed a gara intrapresi. Perché negli uomini vecchi le grandi idee ed il continuo affannato movimento nascendo da interna angoscia, e guastamento degli organi, sono sempre indizio di vicina irreparabile morte. Perciò non mi pare potersi sostenere il detto del nostro antico poeta:



che l'antìco valore
negl'italici cuor non è ancor morto;

ma dubito che finalmente, datasi pace, non s'abbia a cominciare a dire che



Italia è vecchia, e alla barbarie ìnclina.



Finisce il libro V ed ultimo della Moneta.