Libro II



Della Natura Della Moneta



Introduzione



Tra i gravi e sensibili mali che i poeti e gli altri eloquenti scrittori hanno agli uomini arrecati, gravissimo è stato senza dubbio quello d'aver falsificate e guaste le idee della nostra mente da quelle della moltitudine distaccandosi, le quali, perché dalla natura sono prodotte, hanno per ordinario in sé giustizia e verità. Essi sono stati coloro che lo stato infelicissimo di natura, secolo d'oro hanno denominato: e quasi l'esser l'uomo simile in tutto ai bruti fosse il punto della sua perfezione, tutti gli ordini della civile società, che dalla vita ferina e dalle naturali perverse inclinazioni alla maleficenza, crudeltà, odio, invidia e rapacità ci ritraggono, quasi corruttele d'una ideata innocenza e semplicità, hanno, non so perché, biasimate. Essi sono quelli che dell'argento e dell'oro, ch'e' non aveano, si fecero imprima veementissimi disprezzatori; e forse che così credettero vendicarsi di quelle ricchezze che non potettero, né meritavano guadagnare. E perché le loro composizioni sono d'ogni ornamento d'eloquenza ripiene, e da ognuno lette ed apprese, n'è nato che in ogni secolo anche gli stessi savi conformemente alle parole de' poeti hanno parlato. Ma non han potuto queste parole sulle operazioni delle nazioni influire, essendo per esperienza conosciuto che gli uomini operano per lo più secondo che la natura rischiaratrice del vero ispira loro che si debba vivere, e sieguono poi tranquillamente a ripetere quelle sentenze che altri eloquentemente ha dette ed essi hanno mandate a memoria, sia che alla condotta della loro vita si accordino, o che ne discordino grandemente. Perciò la moneta, che tutti biasimano come origine d' ogni colpa, e fomentatrice delle cattive inclinazioni, si siegue senza interrompimento ad usare; e così per tutti i secoli si seguirà. Ma io, che non sono avvezzo ad essere ammiratore e seguace delle opinioni di pochi, e credo che il distaccarsi da' più non sia sempre sicuro cammino alla verità, ho voluto riguardare se la moneta sia veramente una dannosa introduzione, o anzi una perfezione degli ordini della società civile, che a ben vivere ci conducesse; e meditando ho trovato che ella è grande ed utilissima invenzione, e tale che, non dovendosi i sommi beni ad opera umana attribuire, noi dobbiamo di lei, non altrimenti che del vitto facciamo, rendere umilissime grazie alla Divinità. Al qual conoscimento come io sia pervenuto piacemi in questo capo dichiarare; ed in tutto il presente libro dell'utilità e comodità della moneta andrò ragionando.


CAPO PRIMO



Dimostrazione della natura della moneta e della sua utilità.



La necessità del commercio al sostentamento della vita ed all'acquisto della terrena felicità è cosa troppo conosciuta; essendo il commercio figliuolo del bisogno scambievole che ha ciascuno, e potendosi definire ((Una comunicazione che gli uomini fanno tra loro delle proprie faticlie per riparare alle comuni necessità)): tutto quel che giova al commercio perciò è utilissimo anch'egli. Or niente è più evidente, quanto l'incommodo dell'antico e primo costume di commerciare con baratto di cose a cose: perché è troppo malagevole sapere a chi la cosa a me soverchia manchi, o chi la mancante a me possegga, né tutte le cose si possono trasportare, né per lungo tempo serbare, né pareggiare o dividere secondo forse richiede il presente e comune bisogno. A voler dunque riparar questo incommodo io pensai se si potesse vivere in comune; poiché essendo per esperienza noto che le piccole società, quali sono molti ordini religiosi, felicemente e meglio degli altri vivono in comunanza, mi pareva che anche i corpi grandi e le città e i regni potessero in comune vivere beatamente. Ed io trovai che non si può in questi, che non sono ripieni di gente scelta e virtuosa, ordinare che ciascuno lavori e si affatichi, e la sua opera riponga in magazzini aperti e comnni, ne' quali possa trovar riposto da altri artefici tutto quello che a lui bisogna, e prenderselo a suo piacere: mentre il poltrone allora, defraudando il pubblico della sua opera, viverebbe inginstamente delle altrni fatiche; e in oltre non vi sarebbe modo d'arricchire, né impoverire: onde l'industrioso, non movendolo lo sprone del guadagno, meno faticherebbe; il pigro, sperando negli altrui sudori, o poco o nulla affatto; e finalmente anche i virtuosi vorrebbero vivere con maggior lautezza che alla condizione della loro arte non conviene. Perché noi vediamo che per la diversa eccellenza dell'esercizio, diversamente guadagna il mercatante e il contadino, e perciò l'uno lautamente, l'altro parcamente vive: ma in quest'ordine di vita comune tutti vorriano viver bene del pari, e perciò quest'ordine non si può mantenere. Per emendar questo adunque io pensai che si potea far così.



Potrebbe tenersi conto di quanto ciascuno fatica, e poi secondo ch'egli coll'industria sua alla società giova, dovrebbe delle altrui partecipare, e non più. Quindi si dovrebbe costituire che ognuno che porta i suoi lavori al magazzino ne ricevesse un bullettino concepito in questi termini: Che il tale ha immessa ne' magazzini pubblici tanta quantità di tale roba, diciamo per esempio 100 paia di scarpe, per lo valore delle quali resta creditore sulla società. Si dovria indi stabilire che niuno potesse toccar nulla da' magazzini senza presentare qualche bullettino di suoi crediti, e niente più prendere di quel che importi il valore e la quantità di questo suo credito, pareggiato il quale con aver presa roba equivalente, dovria lasciare o lacerare il bullettino. In oltre conoscendo quanto incommodo saria se nel bullettino si esprimesse solamente il dritto che uno ha acquistato di provvedersi di uno solo genere di cose, dicendo per esempio che colui che ha immesse le 100 paia di scarpe meriti perciò di esiggere 1.000 libbre di pane, e non altro, sicché questo bullettino solo al magazzino del pane fosse accettato, vidi che bisognava che sulle porte di tutti i magazzini si ricevessero liberamente i biglietti, sicché ognuno si potesse di quanto mai gli può bisognare, provvedere. Per ciò fare era necessario che il principe costituisse una valuta a tutte le cose, o sia su d'una comune misura la valuta d'ogni cosa costituisse: dichiarando per esempio che lo staio del grano a tanto vino, tanta carne, olio, vesti, cacio etc. corrisponde; secondo la quale misura e tariffa si saprebbe poi quanto si appartiene ad ognuno di ricevere per quel che egli ha fatto, e quando è che il suo credito è pareggiato. In fine s'avria da dare al principe inun certo numero di bullettini, i quali da lui alle persone che all' tiero corpo servono si distribuissero; acciocché questi secondo quella lautezza che è proporzionata all'importanza e merito del loro impiego, vivessero. E perché, come ognuno vede, è necessario in questo sistema che i magazzini non abbiano maggior debito in bullettini di quella quantità di roba che eglino hanno veramente, io trovai esser necessario che si obbligassero tutti i cittadini a portar gratis, cioè senza riceverne riscontro di bullettino, tanta quantità di merci ne' fondachi, quanta è la somma di tutto quel che si dà al principe a distribuire ai ministri della società. Credo che sia evidente la verità di quanto ho detto, e a quanto disordine si verrebbe così a riparare.



Or su questo meditando più, io compresi che il principale, anzi l'unico inconveniente che in questo stato potea intromettersi erano le frodi su' bullettini. La quantità de' diversi caratteri de' custodi de' fondachi non faria ben distinguere tutti i veri da' falsi; e quel che è più, mancando la fede e la virtù poteano i custodi per giovare agli amici ed ai congiunti talora fargli creditori sul pubblico d'un prezzo maggiore delle mercanzie da loro intromesse; dichiarando per esempio taluno, che ha immesse solo dieci scarpe, creditore di 1.000 libbre di pane, quasi egli non dieci ma cento ne avesse arrecate: che sarebbe lo stesso che fare apparire i fondachi più del vero doviziosi. E così divenendo poi debitori di maggior quantità di robe che non hanno in loro, presto sarebbero non senza ingiustizia vuotati con questa frode. Or per assicurarsi da ciò, benché in molte maniere vi si potesse riparare, mi parve che la migliore sarebbe se il solo principe segnasse una determinata quantità di bullettini, tutti d'uno stesso prezzo, come a dire del prezzo d'una libbra di pane; e di questi, che in carta o in cuoio potrebbero segnarsi, se ne distribuissero le convenienti somme ai custodi delle robe, i quali a chi immette gli dessero, ripigliandogli da chi estrae. Allora non più si esprimerebbe su d'un solo bullettino tutto il prezzo, ma colui che porta roba di più valuta d'una libbra di pane, prenderebbe tanti bullettini quanti eguagliassero il valore di quella. Così si dà rimedio alla confusione de' vari caratteri, alla falsificazione, alla formazione continua di nuove carte; i custodi potrebbero dare esattamente i loro conti; ed in fine, se fosse certo che i bullettini non fossero ricusati da alcuno per timor di frode, pare che con questi ordini una società si potrebbe reggere e conservare. Così veramente pareva a me quando fui meditando a questo termine pervenuto: ma frattanto che io mi rivolgea ricercando se nuova difficoltà restasse a superare, o per contrario se gli storici o i viaggiatori narrassero di qualche nazione la quale con l'esempio desse conferma alle mie idee; ecco che quasi cadendomi un velo dagli occhi m'accorsi che inavvedutamente io era al mondo presente giunto, e sul suolo paterno camminava, donde credea essere tanto lontano: e così spero che a' miei lettori interverrà.



Vidi, ed ognuno può ora vederlo, che il commercio, e la moneta prima motrice di esso, dal misero stato di natura in cui ognuno pensa a sé ci hanno condotti al felicissimo della vita comune, in cui ognuno pensa per tutti e fatica: ed in questo stato non per principio della sola virtù e pietà, che ove si tratti d'intere nazioni sono legami che soli non bastano, ma per fine di privato interesse e di comodità di ciascuno ci manteniamo. Vidi le monete essere i bullettini, le quali in somma sono una rappresentanza di credito che uno ha sulla società, per cagione di fatiche per essa sostenute o da lui, o da altri che a lui le ha donate. Non vi sono, è vero, fra noi que' magazzini comuni, ma ad essi corrispondono le private botteghe, e con assai miglior consiglio i bullettini, cioè le monete, non si danno e prendono da' generali custodi, ma ognuno delle sue fatiche ha cura; e per empir la sua bottega dà la moneta con cui negozia, e ripigliasela vendendo. Così non v'è bisogno della virtù o fede de' fondachieri, né della vigilanza del principe, perché non si dissipino i bullettini; ma ognuno si astiene dal dargli disponendo solo del suo, e donando la moneta i suoi sudori dona: e così quell'inconveniente che non è abbastanza frenato dalla virtù nel primo stato supposto, lo è in questo presente perfettamente emendato dall'interesse proprio, la forza del quale è sempre negli animi umani anche viziosi inespugnabile. E certamente siccome le società ristrette e scelte in cui gli uomini non nascono, ma si ricevono adulti, sono felicissime, se si fondano sulla sola virtù, così le nazioni e i regni avranno governo ruinoso e vacillante, se la virtù che lo sostiene non sarà coll'interesse mondano congiunta; non potendosi i vasti corpi da' cattivi germi che vi nascono purgar pienamente.



Io m'accorsi ancora che que' bullettini dati al principe, per cui conveniva a tutti lasciar qualche porzione di fatiche gratis, erano i dazi e i tributi: non essendo questi altro che una parte delle fatiche di tutti messa in comune e ridotta in moneta, la quale il principe distribuisce, e questi sono i salari e le spese ch'egli fa. In fine ogn'incommodo che i bullettini di qualunque materia si facessero aveano, gli ha la moneta di metallo emendati. In lei la qualità, conio e struttura assicura dalla frode de' privati, e la intrinseca valuta dall'abuso che mai ne potesse fare il principe; essendocché se la materia non contenesse tutto il valore che ha la moneta, il principe potria stampare un numero eccessivo di bullettini; e questo solo dubbio ch'egli potesse farlo basta a toglierne o diminuirne il prezzo, e troncarne il corso. Ma la materia della moneta altri che Dio non può moltiplicarla, ed a volerla scavare o far venire d'altronde vi corre tanta spesa, quanto ella poi vale, e così non v'è guadagno ad accrescerla: e questa è la grandissima importanza che la moneta sia fatta d'un genere che tutto il valore lo abbia naturale ed intrinseco, e non ideale.



Frattanto, senza ch'io più mi allunghi, sviluppino i miei lettori queste considerazioni, e vi troveranno entro una bellissima cognizione della costituzione delle società, de' contratti e delle monete; e rovesciando in sintetico questo metodo analitico, si avrà la migliore dimostrazione de' vantaggi della moneta, la quale essendo stata da molti autori esaltata, e da infinitamente più ingiuriata con atroci villanie, da niuno ho veduto che fosse in maniera comprensibile dimostrata qual ella è utile ed eccellente. Riserbo ora al seguente capo parlare della comune misura delle cose, l'utilità della quale in questo capo si è dimostrata: ma resta a far conoscere quali difetti abbia con sé l'esser ella situata nella moneta.


CAPO SECONDO



Della natura della moneta in quanto ella è comune misura de' prezzi; e delle monete immaginarie e di conto.



Avendo dimostrata quale sia e quale uso naturalmente presti la moneta allor ch'ella compra, ed equivale a tutte le altre cose, vengo a dire di lei ((come d'una regola della proporzione che hanno le cose tutte a' bisogni della vita)), che è quel che dicesi, con una voce sola, prezzo delle cose; e perché più ordinariamente si apprezzano le merci con monete immaginarie, o di conto, dirò di queste ancora.



Dicesi moneta immaginaria quella che non ha un pezzo di metallo intero che le corrisponda per appunto in valore. Così il ducato romano è divenuto oggi moneta ideale, perché non zeccandosi più moneta che contenga dieci paoli d'argento, il ducato non si trova più in piazza corrente, ma solo da' curiosi si conserva. Tale è la nostra oncia, la lira sterlina inglese, la lira di conto in Francia, il ducato d'oro di Camera, il ducato di banco veneziano, e moltissime altre monete. Per ordinario questa istessa moneta ideale suol essere di conto, cioè a dire con essa si stipula, si contrae e si valuta ogni cosa: il che è nato da una medesima cagione, che le monete le quali oggi sono ideali, sono le più antiche d'ogni nazione, e tutte furono un tempo reali; e perché reali erano, con esse si contava: ma avendo i principi variata la mole e la forma delle monete, sono divenute quelle immaginarie, e solo nel conto si sono ritenute per maggiore facilità. In alcuni paesi, come in Francia, con editti severi de' sovrani è stato varie volte regolato che solo con alcune monete si potesse stipulare e contrarre, e non con altre; e questa cosa è stata ivi creduta importantissima: ma quasi tutte le nazioni, come è fra noi, non hanno legge che le costringa: l'uso sì bene ha introdotto che si computi con tre monete diverse, delle quali l'una contenga l'altra un numero di volte intero, e senza frazione; e sono questi numeri quasi da per tutto il venti, e il dodici. Così noi computiamo in ducati, e tarì, che sono la quinta parte di essi, ed ambedue sono monete d'argento reali; e grana che sono la ventesima parte del tarì, e sono di rame, che poi dividiamo in dodici parti, dette cavalli dall'antico impronto che ebbe questa moneta de' re aragonesi, ed oggi è divenuta immaginaria, non battendosene più per l'eccessiva piccolezza.



Ora per ragionare più minutamente sulle monete di conto e sulle ideali, e della loro utilità, dico come egli è da' stabilirsi per assioma che, quando il prezzo d'una cosa, o sia la sua proporzione con le altre si cambia proporzionatamente con tutte, è segno evidente che il valore di questa sola, e non di tutte le altre si è cambiato. Dunque se un'oncia d'oro puro valendo, o sia essendo eguale a dieci tumoli di grano, a quindici barili di vino, e a dodici staia d'olio, si cambiasse poi questa proporzione, sicché un'oncia d' oro valesse venti tumoli di grano, cinquanta barili di vino, ventiquattro staia d'olio, è certo che l'oro solo è alzato di prezzo, e non si sono gli altri generi sbassati: perché se fosse il solo grano sbassato, si vedrebbe sì valere venti tumoli un' oncia d'oro, ma il vino e l'olio non avrebbero cambiato il loro prezzo. Né si può dire che tutti tre siano sbassati; perché una così generale abbondanza in tutto è cosa tanto rara, che si può avere per impossibile. Dunque bisogna concludere che quando tutto incarisce, e non è questo un momentaneo alzamento, né diseguale (perché le guerre, le carestie e le calamità è vero che producono incarimento, ma questo non è di molti anni, né proporzionale in tutte le cose), la moneta è quella che è avvilita; e quando ogni cosa avvilisce, è la moneta incarita.



Questa conseguenza la reca necessariamente con sé l'essere la moneta la comune misura di tutto; e certamente non è questo senza incommodo, ed è anzi come io dimostrerò di gravi abbagli cagione; ma a volergli evitare bisognerebbe trovare una comune misura che non soffrisse movimento nessuno: però questa è più facile desiderare, che poterla fralle umane cose rinvenire. Niente è da sperar meno in questo mondo che una perpetua stabilità e fermezza; perché questa ripugna intieramente agli ordini tutti e al genio istesso della natura, siccome per contrario niente è più uniforme all'indole di lei che quel costante ritorno de' medesimi accidenti. che in un perpetuo circolo ora più, ora meno tardo si ravvolgono infra certi limiti in sé medesimi, e quell'infinito che non hanno nella progressione, lo hanno nel giro: perciò una misura costante ed immutabile non occorre sperarla, né ricercarla. A lei si è sostituita una lenta mutazione, e meno sensibile. Or questa disparità corre tra la moneta e il grano, ché il grano soffre mutazioni grandissime nel suo prezzo in assai corto spazio di tempo; ma per lo costante periodo delle naturali vicende si può quasi con certezza affirmare che prendendo il termine medio di venti anni di raccolte d'oggi dì, e quello di altrettanti anni al tempo di Augusto (data la medesima popolazione e coltivazione del grano), nel nostro Regno il valore del grano in tempi così remoti sia per appunto lo stesso. Il metallo al contrario in questo tempo ha sofferta grandissima varietà, talché una libbra d'oro a' tempi d'Augusto non eguagliavasi a tanto grano quanto ora, ma ad assai maggior quantità; sicché, siccome il prezzo del grano si misura sull'oro, così il prezzo di questo bisogna rettificarlo nelle grandi distanze de' secoli sul grano. Il suo periodo l'oro l'avrà, perché tutto quel che è in natura, lo ha, ma quale, e quanto e' sia, per la vasta distanza di secoli che forse richiede né si sa, né giova il volerlo sapere. Adunque, come io ho detto di sopra, una comune misura, che ha lenta variazione, si può usare quasi egualmente bene che la stabile, dappoiché questa non v'è. Sono però certuni, anzi essi sono molti e savi uomini, i quali sonosi persuasi che la moneta immaginaria sia una stabile e ferma misura, e perciò la esaltano e glorificano, e di lei sola vorrebbero che si facesse uso ne' conti. Altri forse più sensatamente credono che il rame sia quello che di tutti i metalli, siccome è il più basso, così soggiaccia a minori vicende, non crescendone mai l'avidità o il lusso, né la premura di scavarlo: le quali materie sono degne della nostra riflessione. Io cercherò adunque sapere se vi sia maggiore stabilità nella moneta immaginaria o nella reale: poi se vi sia utilità in usare solo certe monete nel conto, e se debbano esser queste reali o immaginarie: finalmente sarà giovevolissimo scoprire quali e quanti inganni e ingiuste doglianze produca la falsa opinione del popolo, che crede la moneta una misura immutabile, e i movimenti suoi non sente.



Se la moneta immaginaria fosse un nome assoluto di un numero, esprimente un'idea di prezzo, e questa idea fosse fissa nelle menti nostre, e tanto da ogni cosa distaccata che a' movimenti di nessuna non si turbasse, certamente sarebbe invariabile e costante: ma tale ella non è per essere giammai; perocché, per esempio, l'oncia nostra è moneta immaginaria, ma essendo ella determinata a valere sei ducati, ed il ducato essendo moneta reale e mutabile, secondo si muta il ducato, si muta anche il prezzo dell' oncia, e così veramente è avvenuto. Noi leggiamo che Tommaso degli Aquini dell'ordine de' Predicatori, poi per le sue virtuose opere e per la sovrumana dottrina dichiarato santo e d'angelica sapienza, avea dal re di Napoli per lo suo mantenimento alle pubbliche scuole qui un'oncia il mese; e questa mercede era allora riputata grande: e pure sei ducati oggidì il mese è un povero salario e proprio solo ad uno staffiere, sicché non sei, ma appena settanta ducati nostri corrispondono in verità al prezzo dell'antica oncia. Né alle monete immaginarie giova che non si mutino nell'alterarsi il prezzo alle reali, o nel cambiarsene la lega e il peso nella nuova zecca. Questo è il comune inganno di moltissimi, i quali credono che, non essendo soggetta la moneta immaginaria a queste vicende, resti perciò immutabile: ma siccome è falso che queste sole cose mutino il prezzo alla moneta, così è erronea questa opinione. La vera e principale mutazione ha origine dall'abbondanza maggiore o minore del metallo che corre in un paese. Vero è che questo cambiamento non apparisce in sulle monete, perché se i principi non le mutano, esse non si mutano mai; ma appare su i prezzi delle robe tutte, e questo torna allo stesso. Il prezzo è una ragione; la ragione per mutarsi non richiede se non che uno de' termini si cambi; se non si cambia la moneta, basta cambiarsi il prezzo di quel ch'ella misura. Così se un principe volesse mutare le misure delle lunghezze che usansi nel suo regno senza farlo sentire, basterebbe ch'egli ordinasse che la statura de' suoi soldati, la quale era fissa ai sei palmi, sia detta e riputata di dodici palmi, e così proporzionatamente ogni altra misura si aggiustasse; egli avrebbe diminuito per metà il palmo senza mostrar d'averlo toccato. Quel che non fa il principe su i prezzi delle merci, lo fa la moltitudine, e con giustizia; essendo il prezzo una misura de' sudori della gente, a lei si conviene il disporne; e se ad alcuna cosa pone il prezzo il principe, egli è obbligato, se vuole esser ubbidito, ad uniformarsi alle misure del popolo, altrimenti o non si sta a quel prezzo, o si dismette l'industria, e nell'un modo o nell'altro il principe non consegue il suo fine. Dunque per conchiudere, questa moneta invariabile è un sogno, una frenesia: ogni nuova miniera che si scuopre più ricca, senz'altro indugio varia tutte le misure, non mostrando di toccar queste, ma mutando il prezzo alle cose misurate.



Qui forse taluno dirà che, se il metallo ha l'incommodo d'aver un prezzo variabile, si dovrebbe usare un altro genere meno incostante. E per verità molte volte ho pensato s'e' vi sia o no, e veggo che nella natura non evvi alcuna produzione e materia, tolti i quattro elementi, che sia così necessaria all'uomo, che non si trovino generazioni intere di popoli privi dell'uso e della cognizione ancora di loro: e appunto gli elementi soli per la loro abbondanza non hanno prezzo. Vero è che ogni nazione ha un certo genere di comestibile che forma il suo primario vitto, ed è, come noi diciamo, il suo grano. Così il riso in Oriente, il maitz in America, il pesce secco presso al Polo; e su questo cibo pare che si possa prendendo il termine mezzo delle raccolte formare una stabile misura; ma riguardando poi che il prezzo di essi si regge sulla varia coltivazione, e questa dal vario popolo deriva, ognun vede che non si può. Veramente nel nostro secolo, in cui il mondo ha proceduto tanto innanzi nel cammino della luce e della verità, che pare che a qualche gran termine s'accosti e non ne sia lontano, i fisici sono pervenuti a trovare l'immutabile misura e la maravigliosa unione fra il tempo, lo spazio e il moto, le tre grandi misure del tutto; avendo ragguagliato il tempo del corso del sole, e trovato modo di dividerlo in particelle uguali, le quali fanno misurare dalle oscillazioni del pendolo, e dalla lunghezza di esso già ne' vari siti della terra determinata; e dalla velocità delle oscillazioni ritrovata sonosi queste tre grandi misure con perpetuo vincolo congiunte insieme: ma il prezzo delle cose, cioè a dire la proporzione loro al nostro bisogno, non ha ancora misura fissa. Forse si troverà. Io per me credo che ella sia l'uomo istesso; perciocché non vi è cosa dopo gli elementi più necessaria all'uomo che l'uomo. e dalla varia quantità degli uomini dipende il prezzo di tutto. È ben vero che quasi infinita distanza è tra uomo ed uomo; ma se il calcolo giungerà a trovarvi un termine mezzo, questo sarà certo la misura vera, mentre l'uomo fu, è, e sarà sempre e in ogni parte il medesimo.



Questa io credo sia la vera cagione per cui i popoli della costa della Guinea si crede che abbiano una misura costante ed ideale. Essi numerano colle macute, che vagliono dieci unità, e il cento; e per apprezzare costumano far così. Fissano il prezzo della loro mercanzia, che suol essere un uomo negro, a un dato numero di macute; per esempio uno schiavo di sotto a trent'anni, sano e perfetto, che si dice pièce d'Inde, a 305 macute: poi cominciano ad apprezzare quel che in cambio desiderano da' nostri, dicendo che un coltello vale due macute, uno schioppo trenta, dieci libbre di polvere trenta, e così fin tanto che giungano a 305 macute; ed allora se il mercante europeo si contenta siegue il cambio. Così si conta a Loango sulla costa d'Angola; a Malimbo e Cabindo usansi nel modo istesso le pezze, ognuna delle quali corrisponde a 30 macute. Credono i nostri mercanti che queste voci sieno puri numeri astratti, e perciò comodissimi; e così pensa il Savary, e l'autore del libro dello Spirito delle leggi: ma a me pare impossibile l'introduzione presso un popolo di questo numero astratto, e credo fermamente che da per tutto la moneta con cui si paga è quella con cui si conta. Il vero è, dunque, ch'essendo la principal loro mercanzia gli schiavi, la loro moneta è l'uomo: moneta invariabile e di facile computo, quando in lui si valutino, come essi fanno, le sole qualità del corpo. L'uomo è colle macute apprezzato quasi fossero suddivisioni del suo prezzo: ed ivi si vede per esperienza la più costante valuta esser quella dell'uomo. Può essere che in un popolo cessi il costume d'aver servi, ma fin ch'ei l'abbia, il prezzo loro sarà il meno mutabile.



Ora ripigliando il nostro istituto, e discendendo a ragionare sulle monete di conto, posso credere d'aver rischiarito quanto sia inutile (per la mancanza di moneta stabile) determinare con legge le monete di conto. E veramente se in ogni stato ben regolato tutte le monete sono d'una eguale bontà, e la proporzione fra i tre metalli è giustamente stabilita, a nulla monta come e con che si conti. Se le monete sono diseguali, ma tutte hanno libero corso, si stipulerà con le buone, ma ognuno procurerà pagare con le cattive, e così le buone escono fuori dello stato; e se si ordina che con quelle istesse monete si commerci con cui si stipula, questo è lo stesso che supprimer le monete cattive; ed allora non battendosi le nuove, resta lo stato senza moneta: e sempre questo stabilir le monete di conto resta inutile e vano. Che se il legislatore fa questo statuto per aver comodità di cambiar le valute alle monete che non son di conto, egli si prepara male ad una malissima operazione e calamitosa; mentre siccome si può dar caso in cui l'alzar tutta la moneta, o tutta quella d'uno stesso metallo, non sia dannoso, così non vi è mai caso in cui il mutarlo ad una parte sola delle monete d'un metallo possa non nuocere, nonché giovare. Vero è che la moneta d'oro non essendo quasi presso nessuna nazione adoperata nel conto, si crederà che questo metallo tutto si possa alzare, senza toccare il conto; ma a ciò fare (oltrecché l'oro sopra ogni altra moneta non si dee mai toccare) non occorre far legge, perché quando l'autorità suprema alza la moneta, se ella vuol trar profitto da quel ch'ha fatto, conviene che sia la prima a violarla. Ella dee essersi obbligata nella moneta istessa in cui ha imposto a' Suoi sudditi che contassero, e queste non le avendo toccate, dovrà coll'altre alzate di prezzo o rifuse pagare, e così quella legge, ch'ella la prima ha infranta, da niuno sarà eseguita; e que' mali ne seguiranno che, ove dell'alzamento si parlerà, saranno a lungo dichiarati.



La verità di questo si conosce meditando sugli accidenti della Francia. Nella celebre adunanza degli Stati a Blois il 1577 da Errico III fu proibito l'antico conto in lire, soldi e denari, e sostituito quello dello scudo d'oro. I motivi dell'editto erano stati in una rappresentanza della Corte delle monete esposti, ed approvati dal re, e sono i seguenti: I. Che si era eccessivamente accresciuto il prezzo delle mercanzie. II. Che si ricevea meno moneta da' forestieri che compravano i generi prodotti dalla Francia. III. Che alcune monete, di cui non era alzato il prezzo nell'alzamento fatto, erano state da' negozianti stranieri aumentate. IV. Che negli affitti e censi stipulati in moneta, si perdea molto della vera rendita. V. Che il re perdea molto sulle sue rendite.



Quello che un uomo savio può su questo editto riflettere dà lume all'intiera scienza della moneta. In I si vede che questa rappresentanza espone i danni fatti dall'alzamento: ma questo non ha né può avere connessione veruna colla moneta di conto, ed era più ragionevole domandare uno sbassamento, e non quel che nell'editto s'impose. Né è da dire che si chiese il computo in moneta invariabile, e così a' danni dell'alzamento si chiedea quasi tacitamente riparo; perché se questa moneta costante non v'è, si domandò una chimera; e la nuova legge d'Errico IV che abolì questa, mostra che l'intento non si era ottenuto. In oltre tutti credono che la immaginaria sia più stabile della moneta reale; e pure la Corte delle monete domandò una legge da trasportare il conto di lire immaginarie in ducati reali per averlo così invariabile. Cosa straVagante al certo. Né è meno strano che si cerchi aver stabilità e sicurezza per mezzo di editti ed ordinanze, che sono appunto quelle che la tolgono: se ella si volea cercare, si potea rinvenire nella natura delle cose, e non altrove.



In secondo luogo anche le doglianze contro l'alzamento non sono tutte vere. La prima, ch'è più generale, è degna di riso, essendo falso che dopo l'alzamento incariscano le robe. Incariscono di voce e non di fatto, perché l'alzamento non è che una mutazione di nomi; e que' nomi che muta la moneta, gli mutano i prezzi delle merci del pari. Si rassomiglia questo a un uomo che dovendo pagar cento ducati fosse obbligato a pagarne duecento mezzi, e si dolesse che ove prima sentiva il suono del numero cento all'orecchio, ora sente l'altro più spaventevole di duecento. In oltre è per evidenza certo che quando si compra caro, si vende anche caro, sicché il lagnarsi de' prezzi alzati era un lagnarsi che le cose si vendeano bene.



Né è vero che i forestieri vi guadagnino (che è il terzo capo di lamento); perché gli stranieri non essendo sovrani negli stati altrui, soggiacciono essi ai prezzi posti da' nazionali ed alla medesima mutazione di nome; e in somma tanto gli uni che gli altri sotto qualunque denominazione lo stesso peso di metallo debbono dare. Ma di questo si dirà in appresso: per ora mi basti per sollevar col riso l'animo di chi legge, il fargli avvertire che l'alzamento de' prezzi va direttamente a distruggere ogni effetto dell'alzamento della moneta; e mantenendo la stessa realità, muta le voci. Quando dunque i Francesi dolevansi d'ogni cosa incarita, si dolevano che l'alzamento tanto aborrito non avesse avuto il suo effetto, onde pare che ne desiderassero un altro: e certamente se le rappresentanze di pochi potessero render colpevole una nazione, in pena l'avrebbero meritato.



Neppure in quarto luogo era giusto motivo di lamento che alcune monete, lasciate dalle leggi non alterate, lo erano state dal popolo. I. Perché è impossibile che questo provenisse da' forestieri, i quali in Francia, regno per natura opulentissimo, hanno assai piccolo commercio. II. Perché, se così si era fatto, bisogna che così la natura il chiedesse; essendo vera massima, e dall'esperienza di tutti i secoli confirmata, che le operazioni de' popoli sono sempre rivolte a seguire il corso naturale e giusto, o a discostarsene il meno che sia possibile; siccome per contrario le costituzioni di chi dee ben governare alle volte lo angustiano e lo violentano; e se elleno avessero tanta forza in sé, quanto hanno di nocumento, sarebbero capaci di disordinare uno stato. Ma la Provvidenza ha data alla natura nelle sue stesse leggi una forza infinita di conservarsi, che distrugge ogni opera che se le opponga contro, e la disfà: e questa forza nella società si potrebbe ben chiamare una elasticità morale, di cui altrove parlerò; dove anche si vedrà se sia vero quel che in ultimo luogo la rappresentanza contiene; e si vedrà che o non è vero, o non produce danno all'intiero stato. Frattanto si può conchiudere che de' mali in essa esposti, falsi o veri che sieno, niuno ve n'è che col fissar la moneta di conto si possa sanare.



Passiamo ora all'editto di Errico IV del 1602 in cui quello del 1577 si annullò, e si restituirono le lire, i soldi e i danari. La ragione di tal cambiamento fu perché quell'altro conto ((era cagione della spesa e superfluità che si osservava in ogni cosa, e del loro incarimento)): queste sono le parole dell'editto; e perciò con termini d'imprecazione e d'abborrimento si scaccia e si maledice il conto in ducati sostituendovi l'antico. Questa ordinanza veramente altro non dimostra se non che coloro i quali erano allora in Francia da su, non erano tutti da più degli altri. Quanto in essa si dice non può venire che da chi intorno all'arte del governo viva nelle tenebre della maggiore oscurità. La superflnità e la spesa sontuosa sono le fedeli compagne della pace e del prospero stato, e l'incarir le merci è il segno infallibile del fiorire d'una nazione; e tutto questo era dovuto alla sapienza di quel virtuosissimo re. Dunque per dir tutto in uno, la Corte delle monete fece fare ad Errico IV un editto contro il suo buon governo; e le voci inconsiderate della moltitudine lo spinsero a dar rimedio al bene infinito ch'egli facea alla Francia, la quale perciò come suo restauratore e padre meritamente l'onora. Buono è che non fu meno frivolo il rimedio di quel che fosse sognato il male: e che così fosse si conobbe, perché la Francia crescendo sempre in ricchezze vide ognora più crescere la perseguitata superfluità delle spese.



Che se alcuno mi chiede qual mai potesse essere l'apparente ragione di questo editto, io gli risponderò che dopo avervi meditato appena la trovo; ma certo fu una di queste. In primo io osservo che quando uno si duole, rare volte ne indovina la cagione e sempre ne incolpa quell'ultimo avvenimento che gli è più fresco nella memoria. Forse così i Francesi, sovvenendosi ancora dell'antico conto in lire, e della premura grandissima con cui Errico III l'avea proibito, né sentendosi del presente stato contenti (come è la natura de' popoli, pronta a sperare più di quel che si debba, ed a soffrire meno di quanto è necessario), attribuirono al contol ogni colpa; ed in tanto ardore di vederlo annullato si accesero, che il re fu costretto a render sazie le loro brame con una mutazione che in sé non conteneva niente d'utile, né di danno. Può essere in secondo luogo che allora si credesse quel che da molti savi ho udito anche io replicare, che sia un indizio delle ricchezze d'una nazione la grande valuta della moneta in cui numera. E questo io credo derivi dall'essere al nostro tempo gl'Inglesi ricchissimi: e poiché essi numerano con lire sterline, che è la maggior moneta di conto che usisi da alcuna nazione, da questo incontro accidentale se n'è fatta una massima generale; per conoscer la falsità della quale basta rivolgersi agli esempli della storia, e si vedrà che la Francia, regno potentissimo, ha sempre contato con lire, ch'è moneta assai bassa; e così Genova e Venezia: l'Olanda con fiorini, ma quel che è più la Spagna, in quel tempo istesso che era come la maggiore così la più ricca potenza, contava co' piccolissimi maravedis. Né questa piccolezza di moneta contribuisce punto alla parsimonia; perché ove bisognino prezzi grandi, il Francese anche oggi usa i luigi d'oro, la Spagna le pezze e le doble, Firenze i fiorini, Genova e Venezia i zecchini, la Germania i tallari e gli ungheri, la Moscovia i rubli. E questo si conosce anche più da quello che avvenne all'antica Roma. Ella usò la bassissima moneta de' sesterzi al conto, né mai la cambiò; ma dappoiché salì in tanta potenza e ricchezze, che sempre le migliaia de' sesterzi si sentivano, si tacque la voce mille, e si trovò in un tratto in uso la più grossa moneta di conto che mai altrove siasi usata, e che quasi corrisponde a venticinque ducati nostri. Basti questo della moneta immaginaria e di conto: dirò ora degli errori che produce l'insensibile mutazione della misura delle cose, o sia del denaro.



Di grandissima riflessione è degno quello che io son ora per dire; e se alla vastità del soggetto non potessi corrispondere, e sotto al peso di lui vacillassi, mi lusingo almeno che i miei lettori potranno, dal luogo ove io mi arresto, con breve cammino avanzarlo fino al termine suo.



Un grande inimico delle buone operazioni del principe sono le grida del suo popolo; non perché sieno sempre ingiuste, ma perché non sono sempre da ascoltare: non altrimenti che i gemiti dell'infermo non debbono sempre esser di regola a chi lo cura, essendo che alle volte non è il male là ove duole, alle volte il rimedio stesso è doloroso. Perciò le supreme potestà, alle quali è commessa la medicina de' corpi politici, debbono diligentemente investigare quale origine abbiano le querele de' sudditi, e quale ne sia la cura opportuna. Ed acciocché in quelle che s'appartengono alla moneta non prendano errore, giova dimostrare quel che l'esperienza ci fa spesso conoscere, che non sapendosi da tutti che le monete non sono invariabile misura, nascono inconsiderati discorsi ne' popoli, a' quali dando orecchio i magistrati, si promulgano leggi e statuti, che quanto sono poco pesati, tanto restano (perché alla natura s'oppongono) conculcati o scherniti. A quattro si riducono i principali abbagli: I. Mentre un paese s'arricchisce, s'odono lagnanze di carestia e di miseria (le quali cose però non si veggono). II. S'invidiano le nazioni vicine, i tempi antichi, i quali in confronto meritano disprezzo e compassione. III. Si stima che il principe accresca dazi quando alle volte egli altro non fa che pareggiargli agli antichi diminuiti. IV. Si biasima quel lusso, quella pigrizia, quelle ignobili arti che si dovrebbero chiamare opulenza, mansuetu dine, industria.



Siccome molti savi hanno avvertito, l'uomo è per natura animale insaziabile; e perciò querulo sempre e fastidioso. Da questo viene che delle cose prende sempre a guardare il cattivo aspetto, ed ora la Provvidenza, ora i suoi simili, ora sé stesso incolpa e biasima, e sempre del suo stato, qualunque siesi, si dimostra scontento. Vero è che i suoi fatti non corrispondono alle sue voci, e che bisogna conoscerlo da' fatti, e non dalle parole: perciò io stabilisco questa massima fondamentale, che l'uomo quanto è spesso ingiusto, irragionevole ed inconsiderato nel dire, tanto è regolato ed accorto nelle operazioni, le quali, quasi non se ne avvedendo egli stesso, rare volte si discostano dalla ragione e dalla verità. Per conoscere ora quale sia il miglior paese per vivere, non bisogna attender punto alle voci d'alcuno, ma guardar dove gli uomini vanno, lasciando la patria, a stabilirsi, e dove più prole generano, e quello è desso. E sebbene questi ospiti piangessero le terre lasciate (come fra noi molti se n'odono), i padri deplorassero la povertà de' loro figliuoli; sin tanto che non si veggano ritornarsene, o starsi senza moglie, non bisogna prestar loro fede.



Nemmeno bisogna prestarla alle querele di miseria. Quando in un paese cresce l'industria, egli diviene più creditore che debitore a' paesi convicini; onde è che dopo essersi provveduto delle loro merci, tira a sé per le soprappiù il loro denaro. Cresciuto questo, e variata la proporzione, tutto appare incarito; ma se incariscono le merci, crescono del pari le mercedi ed ogni altro guadagno. Di questo incarire tutti si lagnano come di carestia, né dell'aumento e maggior facilità degli acquisti (per esser l'uomo d'avidità incontentabile) mostrano d'accorgersi o rallegrarsi; solo della spesa si dolgono, quasi ella pervenisse a' forestieri e non agli stessi concittadini. E queste voci, che veramente non sono di tutto il popolo, ma di que' soli che credendo saper più degli altri, più parlano, ed a coloro che non sanno, a parlar come essi insegnano, spesso hanno potuto tanto sugli animi di chi governa, che ne vengono fuori editti e leggi contro la prosperità, per promuovere la miseria.



Mi sovviene d'avere spesso udita gente che, volendo esaltar Roma sopra Napoli, tutto lo scopo del suo discorso lo rivolgea a dimostrare che i prezzi d'ogni cosa erano minori ivi che qui (nel che non entro a vedere s'avessero ragione o no), né s'avvedeano che avrebbero, ciò dimostrato, l'inferiorità di Roma discoperta. Si possono costoro far restar muti chiedendo loro se sappiano, che nelle città della Marca e degli Abruzzi ogni genere di cose è assai più mercatol che nelle due capitali; e se da questo si può argumentando conchiudere che sieno da anteporsi le ville di quelle regioni a Napoli e a Roma; poiché comunque si dica, resta sempre Roma mezza proporzionale tra Napoli e gli Abruzzi. E pure l'errore di costoro è diffuso tanto, che anche negli animi de' più intendenti si nutre; non diverso molto da quello d'ammirare in Roma l'abbondanza de' latticini, de' carcioffi e della cacciagione, quasi i prati inculti, i frutti delle spine e gli animali delle boscaglie facessero onore alle campagne d'una capitale.



Bisogna dunque conchiudere per contrario, che il maggior valore delle cose è la scorta più sicura per conoscere ove sieno le maggiori ricchezze: e poiché queste le recano gli uomini secoloro, e gli uomini vanno ove meglio si vive, così si può riconoscere ove sia il miglior governo e la di lui figliuola, la felicità. È pregio adunque per Londra e Parigi, che ivi tutto vada più caro, e queste città non diminuiscono perciò: è pregio questo che dimostra il nostro secolo migliore de' passati.



Ma a voler discoprire onde provenga questo comune inganno, riguardisi che ogni calamità fa incarire il prezzo alle cose; ma con questa differenza, che l'uno incarimento asciuga il denaro tutto d'un luogo, l'altro l'accresce. La ragione è che nelle calamità (le quali tutte non sono altro che la mancanza delle produzioni natie) un paese più prende che non dà, e il denaro perciò va via; nelle prosperità la maggiore industria fa entrar danaro, ed è utile allora il prezzo caro, perché più danaro viene. Così le manifatture d'Inghilterra, per la loro perfezione essendo da tutti a gara comprate, tirano in Inghilterra il danaro. Or se là si vivesse con meno spesa, elleno valerebbero meno, e meno danaro attirerebbero. Dunque è bene che in Inghilterra si viva caro.



A voler ora discernere l'incarire delle calamità da quello della prosperità, che è conoscenza utilissima a chi governa, eccone i segni.



L'incarimento prodotto dalla carestia è di corta durata, e vien seguito da un grande avvilimento; quello della prosperità va aumentando sempre, e dura.l La ragione di questo è, che negli anni in cui la guerra, o la peste, o l'intemperie delle stagioni toglie la raccolta, il numero de' venditori scema in paragone de' compratori: dunque i prezzi crescono, e molti s'impoveriscono. Impoveriti che sono diviene loro impossibile comprar caro alcuna cosa e, o se ne stanno di senza, o partono dal paese, e in ogni modo si scemano i compratori; e così i venditori, che hanno anche essi bisogno e talora grandissimo di vendere, vendono a quel prezzo che trovano, ed ecco che sbassano i prezzi; ma la povertà e la miseria dura. In oltre quando un paese non raccoglie frutti propri, vi si hanno a portar da fuori, e questa spesa s'ha da pagar con danaro che va via; dopo di che ogni cosa avvilisce, essendo per la sua rarità incarita la moneta.



Ma nella prosperità l'alzarsi i prezzi nasce dal corso maggiore del denaro; e questo non essendo disgiunto dall'abbondanza, non solo dura, ma trae da fuori per la speranza del guadagno la gente: questa reca con sé nuove ricchezze, e vieppiù cresce il prezzo per l'abbondanza della moneta. E qui pare che cada in acconcio spiegare la cagione di due avvenimenti, che non sono rari, benché sembrino strani. Il primo è quello che si osservò non è molti anni fra noi. Erasi raccolto poco grano quell'anno, e tutti n'attendeano il prezzo altissimo: ma essendosi disgraziatamente guaste le ulive, il grano in vece di più incarire sbassò il suo prezzo e sempre così si mantenne, mentre udivansi gemiti e querele in ogni lato di carestia. La ragione di così inopinato accidente era che, mancato un principal capo d'industria, infinito numero di gente non trovò da lavorare sugli ulivi, e restò poverissima: il povero non può, quando anche il volesse, pagar care le cose; onde fu d'uopo a' venditori del grano, che non erano men bisognosi, adattarsi al potere de' compratori, non alla scarsa ricolta. Un contrario accidente si è sperimentato in questo anno, che è stato straordinariamente ubertoso in tutto. Si aspettavano prezzi vilissimi, ma non si sono ancora veduti: e questo proviene dalla stessa abbondanza, che ha cacciato via il bisogno, provvedendo tutti. Chi non ha bisogno non vende, e serba a miglior tempo, e quando non v'è folla di vendere, i prezzi non vanno giù. E così la carestia talvolta mena seco il prezzo basso, e l'abbondanza il caro.



Ora per terminare io prego i miei concittadini che, uniformandosi alla verità, non all'inganno delle voci, si consuolino che la presenza del proprio re abbia fra noi fatte incarire stabilmente le cose, e quella sontuosità di spese introdotta, che della opulenza e del giro velocissimo del denaro è figliuola: che riguardino non con invidia, ma con occhio di disprezzo quel tempo infelice di provincia, in cui i commestibili erano più vili perché il denaro era assorbito dalla Corte lontana. Prego poi istantemente coloro che curano la nostra annona a non lasciarsi condurre in errore dalle voci inconsiderate della plebe, che contro sé medesima e i suoi pari stolidamente freme, chiedendo una chimerica grascia, che altro non è che povertà: né vogliano, mettendo i prezzi bassi più del convenevole, opprimere una innocente parte del popolo a nutrirci impiegata, e i loro moderati guadagni distruggendo ricondurci la povertà e la fame col fare agli avari risparmiar quel denaro, che ad altro non è buono che a spendersi in discacciarla.



Il terzo errore è di questi già detti anche più pernizioso, facendo ingiustamente accusare il principe di tirannia. Si sente che ogni dì egli accresce i dazi, e questo pare al volgo oppressione e servitù, ma molte volte è falso questo aumento. Ecco perché. L'imposizione suol essere determinata in certa quantità di denaro, proporzionata sempre al prezzo della mercanzia e a i bisogni dello stato: questi bisogni sono le mercedi che il sovrano dà. Quando la moneta aumenta, si conviene accrescere queste mercedi; e crescendo i prezzi delle merci, non resta la medesima proporzione fra il valor della roba e la dogana di questa; e questo costringe il principe ad accrescere sulla proporzione nuova i dazi, s'egli non vuol fallire: ma questo non è vero accrescere, è pareggiare. In tempo d'Alfonso furono tutti i nostri antichi dazi aboliti, e ridotti a 15 carlini a fuoco: oggi oltre le gabelle pagansi 52 carlini a fuoco. Gli sciocchi invidiano que' tempi, e del presente si dolgono. Miseri che essi sono. Si può dimostrare con evidenza che la moneta sia oggi almeno sette volte di minor prezzo d'allora: dunque que' 15 carlini sono sopra 100 d'oggi. Or che meraviglia se a' dazi del fuoco si sono aggiunte le dogane; senza questo, il Regno non potrebbe sostenere le spese necessarie. Tanto può l'insensibile mutazione del valore intrinseco. E pure quanto fosse disteso nelle menti di molti questo inganno, si conobbe nel furioso tumulto della plebe del 1647 quando la moltitudine inconsideratamente chiese che le imposizioni nuove s'abolissero; e solo restassero quelle d'Alfonso I da Carlo V confirmate. Né erano men colpevoli che matti in una richiesta che conteneva il danno e la ruina di que' medesimi che la domandavano. Certamente le disavventure lacrimevoli di questo misero Regno non nascevano allora da' dazi, che a' veri bisogni della monarchia spagnuola si somministravano, ma da troppo diverse cagioni, e che ora non è tempo d'andare enumerando. Ma poiché insensibilmente a dir de' dazi sono pervenuto, benché questa parte siasi da me in altra opera, che L'arte del governo tutta comprende, appieno disputata; pure non voglio ora trapassare senza dirne quello che alla presente materia si confà.



Digressione su' dazi, loro natura, e perché sieno alle volte dannosi.



Dazio è, ((una porzione degli averi de' privati, che il principe prende, e poi torna a dare)). Or se questa si restituisse a que' medesimi che la danno, quando anche fosse uguale a tutto l'avere de' privati non nuocerebbe, né gioverebbe ad alcuno: dunque il dazio per sua natura né nuoce, né giova: ma se il dazio non è renduto a coloro che l'hanno pagato, ad alcuni nuoce, ad altri giova. Or se coloro a cui si dà fossero la gente dabbene d'un paese, resterebbero coil'uso fatto de' dazi puniti tutti i cattivi, premiati i buoni: dunque l'uso de' dazi può avere in sé utilità somma ed infinita. Né la gravezza interrompe questo vantaggio, ma anzi lo accresce: perocché tanto diviene maggiore il premio de' laboriosi e degli onesti, tanto più aspra la pena degli oziosi, turbolenti ed indegni: dunque non hanno male per grandezza i tributi. Tutto il male loro sta in tre punti: o che non sono universali, o che sono mal posti, o male usati e distribuiti. Nel primo caso non restano tutti gl'infingardi aggravati, e manca il bastante premio a tutti i meritevoli, e lo stato con maggiore incommodo porta minor peso; non altrimenti che se ad un cavallo voi sospendete la metà del suo giusto carico sulle orecchie, e' si fermerà e caderà giù per l'impotenza. Questa disparità è la più frequente ne' dazi mal regolati, e fu ne' governi de' secoli barbari comune. Possono esser talora mal situati, ed interrompere le industrie: e questo di quanto male sia origine non si può esprimere con parole; poiché ognuno vede che se un principe prende la metà degli averi, e dà libertà e comodo d'acquistare, meno impoverisce i sudditi di chi una picciolissima parte prendendone togliesse loro i mezzi di potere acquistare alcuna cosa; siccome se ad un cavallo che tira grave peso con facilità colla fune che gli cinge il petto, voi glie la ravvolgeste fra le gambe, non solo ogni piccolo peso, ma la stessa fune lo rende immobile o l'atterra.



Finalmente la ruina d'uno stato nasce dall'uso de' dazi, quando s'impiegano dal principe a premiare i rei, gl'immeritevoli e gli oziosi; o pure se questi si lasciano immuni, mentre l'onesta gente è costretta a pagargli; così parimente se si consumano fuori dello stato, o se si danno agli stranieri. Io chiamo stranieri coloro che dimorano fuori, o che vengono in un paese ad arricchirsi per andare altrove; ma coloro che, fuori del paese nati, in esso vengono a stabilirsi, meritano più de' nazionali stessi amore e carezze; e quel paese che più ne tirerà a sé, sarà più degli altri potente e felice. A questi forestieri dee tutta la sua potenza l'Olanda, un tempo miserabile e paludosa; a questi le sue forze la Prussia, le arti e la cultura la Moscovia; ed essi sono la cagione primaria dell'opulenza che oggi Napoli sperimenta; essendosi veduto che ove prima pochi forestieri l'impoverivano, oggi molti che d'ogni parte vi vengono la fanno prosperare. Quelli, quasi tanti scoli, le loro ricchezze, ancorché bene acquistate, conducendosele altrove, ce le toglievano; questi oltre a' propri guadagni, quasi tanti fiumi, derivano anche di lontano le paterne e le avite sustanze, e qui spendendole, le fanno sgorgare.



Da questo che de' dazi ho detto si conosce che l'esser essi grandi o piccoli non produce bene né male; ma può sibbene far l'uno o l'altro effetto; onde sempre più si conosce che ingiuste sono le querele de' dazi accresciuti, essendocché o sono falsi questi accrescimenti, o se son veri, in sé soli considerati non saranno per essere dannosi giammai.



Ora è bene che innanzi di finire si dica come e per quali mezzi decade e rovina uno stato; acciocché così si distinguano i veri segni del male dagl'ingannevoli. Le ricchezze d'uno stato sono le terre, le case, il denaro: perché gli animali sotto il genere de' frutti della terra vanno numerati, non producendo i pascoli altro frutto che gli animali. Tutte queste ricchezze le fa sorgere e le consuma l' uomo, il quale è quello che ricchezze le rende: sicché non parrà strano se da me sarà l'uomo istesso come una delle ricchezze riguardato; anzi che egli è l'unica e vera ricchezza. Or di queste cose, che quattro in tutto sono, le due prime sono immobili, le altre due mobili. Però è più facile al danaro l'andar fuori, che all'uomo. perché il danaro uscendo, fa entrare nel luogo ch'ei lascia altre ricchezze in tante mercanzie utili allo stato che s'impoverisce: ma gli uomini partendo perdono sempre parte del loro, perché lasciano e le terre e le case e i parenti e gli onori e la patria tutta; e solo il danaro possono recar seco. Né quando molti insieme bramano abbandonare un paese, si possono le case e le terre lasciate, vendendole, convertire in equivalente danaro: è adunque meno mobile l'uomo del danaro. Le terre e gli edifizi sono del tutto immobili quanto al trapassare; ma questi si edificano e cadono; quelle si coltivano e si steriliscono, e questo è il solo movimento che hanno. Perde ogni sua ricchezza uno stato quando il danaro (sotto il qual nome comprendo tutti i mobili preziosi) va via, gli uomini o se ne partono o si lasciano dalla morte estinguere non generando più prole, le fabriche ruinano, le terre s'inselvatichiscono. L'ordine che queste cose tengono nell'avvenire è per appunto il sopraddetto; e tale la natura richiede che sia, secondo la diversa mobilità loro. Di tutta questa decadenza è cagione la carestia. La carestia nasce talora dall'intemperie delle stagioni, e questa è la minore: perciocché, tolti alcuni esempli rarissimi, le male annate non durano maì più di tre anni consecutivi; e se mostrano durar più, è perché le passate calamità impoverendo i coloni, non fanno seminar molto, e quando non si semina è certo che non si raccoglie. Viene la carestia anche dalla pestilenza degli uomini; ma questo castigo, come per esperienza si è conosciuto, non è meno da attribuirsi all'ira divina che all'incuria umana; e i buoni regolamenti giungono a renderlo più raro. Anche la pestilenza degli animali bovini fa carestia, e questa, quasi in compenso della peste che s'è giunta a frenare, è venuta in questo secolo frequentemente, senza sapervisi oppor riparo, a ritrovarci. Ma la guerra è quella che, essendo la maggiore di tutte le calamità, anzi sotto il suo nome raggruppandole tutte, è l'ordinaria cagione della carestia e della ruina d'un paese. E perché dagli uomini in tutto deriva, è male che non ha rimedio, niente sapendo medicare gli uomini meno delle passioni loro medesime.



Fin tanto ch'esce il denaro da un luogo, gli uomini non si partono, perché il bisogno non si prova: ma quando è in gran parte uscito, e la patria non presenta altro aspetto che luttuoso e misero, si partono; e i primi sono coloro che meno lasciano, cioè i mercanti e gli artisti; poi gli altri di mano in mano. Coloro che restano, essendo impediti dalla povertà a prender moglie, accelerano colla morte la spopolazione. La poca prolificazione oltre alle già dette, può aver per cagione o la crudeltà del governo, come in Oriente, o la sproporzione delle ricchezze, come in Polonia, o la superstizione, come nell'Affrica e ovunque le mogli accompagnano barbaramente la morte del marito colla propria, o il costume barbaro, come è ne' paesi di serragli e d'eunuchi ripieni. Quando gli uomini sono diminuiti, non ha rimedio alcuno uno stato a non ruinare; e solo può la schiavitudine e l'invasione renderne più subitanea la distruzione.



Ora de' segni della miseria, come si vede, niuno rassomiglia a que' dello stato prospero, tolto questo, che nel principio delle calamità il denaro sgorga in maggior copia dalle borse ove era racchiuso, e perciò tutto incarisce, egualmente come nell'aumento, quando la moneta entra con piena maggiore. Ma dopo questo ogni segno cambia, e nell'avversità sieguono que' che ho descritti di sopra, nella felicità gli opposti; i quali quando alcuno gli volesse vedere sul vero, non ha che a riguardare sul nostro Regno, che oggi gli ha tutti in sé. Ed è questo non alla virtù del popolo, ma al principe dovuto, non essendo mai i sudditi in merito della industria ch'essi hanno, né in colpa dell'infingardaggine ed oziosità loro. Né è da seguire la comune espressione che taccia talora le nazioni di viziose, neghittose e cattive. La colpa non è loro: perché è natura de' sudditi, dopo che al cattivo governo hanno colla disubbidienza inutilmente resistito, armarsi di stupidità: ed è questa rocca, siccome l'ultima, così la più sicura ed inespugnabile, rendendo i sudditi non meno inutili al principe, che se ribelli fossero, ed il principe non meno debole, che se sudditi non avesse. L'esperienza ha fatto conoscere che l'uomo è più forte nel patire che nell'agire, e che di chi opprime e di chi tollera, cede prima quello, e poi questo, avendo l'inerzia anche i suoi conquistatori: della quale sentenza, oltre ad essere le antiche storie ripiene, si è conosciuta la verità negli Americani, che colla loro brutale insensibilità, diversa dall'antica loro prudenza, hanno fiaccata e doma ogni arte degli Europei; e così si sono in certo modo a quel giogo sottratti che la loro inerme virtù non avea potuto spezzare. Da questo poi procede che una nazione oppressa teme per le frequenti battiture avute e il bene e il male; e diviene cotanio irragionevole, che bisogna fargli utile per forza; come a forza si medica quel cane che dalle ferite del bastone è spaurito.



E questo basti aver detto dell'inganno che produce l'ignoranza de' movimenti della moneta: ora è tempo che di lei più particolarmente si ragioni, e delle monete secondo i vari metalli onde sono faite si dica.


CAPO TERZO



Della moneta di rame, d'argento e d'oro.



Quanto conferisca ad accrescere la comodità della moneta l'usar più metalli di disuguale valore è così facile a comprendere, che non richiede che si dimostri: perché misurando essi colla sola quantità della materia, il metallo prezioso non può misurare i piccoli prezzi per l'eccessiva piccolezza delle parti della sua suddivisione, il metallo basso non può comodamente uguagliare i prezzi grandi per la mole disadatta e pesante. Quindi ottimo mezzo prese Licurgo al suo disegno, qualunque egli si fosse, o Savio o falso, quando volendo poveri i suoi Spartani, lasciò loro la sola moneta di rame. E per contrario io credo che se gli Americani non usarono moneta, fu perché non conobbero altri metalli che i preziosi. Ma se è vero che questa diversità è tanto giovevole, vero è ancora che spesso (come sono le umane cose miste di buono e di male) di grave danno è cagione. Il determinare inconsideratamente la proporzione tra questi metalli può impoverire uno stato, d'uno o di due metalli senza riparo alcuno privandolo, e lasciandone un solo; il quale, come io dissi, diviene di così molesto uso, che inutile si può dire. Ma di questa sproporzione sarà ripieno il terzo libro: ora su i pregi di ciascuna delle tre classi di metalli io mi prefiggo discorrere; e delle monete di due metalli, che billon si dicono, nel VI capo, come in luogo più acconcio, ragionerò.



Il rame puro corre oggi fra noi in sei monete diverse, il tre cavalli (nome preso dalla moneta cavallo, che al terzo di questa corrispondeva, e dall'impronto postovi da Alfonso I d'Aragona prendea la denominazione), il quattro cavalli, il sei cavalli, o sia tornese (così detto dalla città di Tours, la cui zecca dette il nome alle lire ed ai soldi, e dagli Angioini fu tra noi introdotto), il nove cavalli, il grano, e la publica, che vale un grano e mezzo, ed ha questo nome dalla leggenda che ha, Publica Commoditas.



L'utilità del rame (sotto il qual nome comprendo tutti i quattro metalli inferiori, perciocché questo ch'io dirò del rame, si può dir del ferro fra que' popoli che l'usano per moneta) è sopra gli altri grandissima; e quando altra pruova nol convincesse basterebbe questa, che vi sono state nazioni intere che non hanno usato altro, siccome fu Roma e Sparta e le popolazioni de' Sassoni e de' Franchi antichi; ma non si troverà nazione alcuna che non avendo metalli bassi abbia conosciuta moneta. Né mi si può opporre che i Turchi non hanno moneta più bassa dell'aspro, il qual pure è d'argento, perché il colore dato da poca mistura d'argento al rame non ne converte la natura. Né la moneta di billon merita d'esser distinta dal rame. È adunque il rame siccome la più vile, così la più utile moneta; e quel che l'esperienza addita, la ragione lo confirma e lo dimostra.



Perciocché essendo certo che si trovano molte cose che non hanno maggior prezzo d'un quattrino, o sia d'un tornese, niuno mi contrasterà che sia affatto impossibile esprimer questo prezzo in oro, dovendosi prendere un granello d'oro quanto un grano d'arena. Né giova dire che questo grano si può, ligandolo con altro metallo, far divenire di mole più sensibile ed atta alla mano; perché così dicendo, si dà per concessa la necessità de' metalli bassi. Né giova framischiar quest'oro, quando il metallo basso ha proprio valore, e da per sé basta a servir per moneta. Se si potesse mescolare e fonder l'oro con cosa di niun valore, come i sassi e le terre, gioverebbe questa unione; ma oltre al non potersi, questa operazione d'estrarre l'acino d'oro, valendo assai più della materia istessa, fa che la cosa sia impossibile per ogni verso: lo stesso si convien dire dell'argento. Ma per contrario non v'è valore espresso dall' oro, che non lo possa esprimere il rame. Un milione come si può aver d'oro, così anche di rame, s'uno vuole, l'avrà. Non nego che ciò sarà con maggiore imbarazzo: ma in somma quanta disparità è tra la molta difficoltà e l'impossibile assoluto, tanta n'è tra l'utilità del rame e dell'oro. Questo pregio è il maggiore che ha il rame.



L'altro non molto minore è ch'egli soggiace meno alle frodi ed alle arti che sulla moneta si usano, e con più buona fede si traffica. Gli uomini non amano i guadagni piccioli e penosi, quando da' pericoli grandi sono circondati. I sovrani nelle grandi somme che danno e che ricevono, non usando altro che i metalli preziosi, al rame non pensano neppure: né coloro che amministrano la zecca inganneranno mai il loro principe con por lega al rame, che, per poter dar loro qualche profitto, fa d'uopo che sia grandissima e manifesta. In fine i popoli ai difetti di questa moneta non avverto no, né del suo valore intrinseco hanno alcuna sollecitudine; perché quando non si teme di fraude, gli effetti del consumo e del tempo non si stimano. Così non v'è chi s'imbarazzi se le monete di rame, con cui è pagato, sieno intere o scarse; né mette da canto le giuste, e dà via le logore o guaste, come dell'oro e talora dell'argento si fa. E questa incuria giunge a tanto che fra noi si vede una moneta di maggior peso valere la metà d'una che n'ha meno; tantocché a monete rappresentanti, quali quelle del cuoio furono, pare che siensi ridotte. E bisogna ben dire che i disordini nel nostro Regno fossero ad incredibile grandezza pervenuti, giacché con tante prammatiche particolari si dovette nel secolo passato dar riparo alla falsificazione del rame. Per fare un così meschino guadagno conveniva che liberi anche da ogni timore fossero gli scellerati: e che tali veramente erauo e lo narra la storia, e lo palesa il numero grande delle leggi fatte loro contra; la moltitudine delle quali è sempre una pruova della loro inefficacia.



Da questa qualità del rame molti deducono ch'e' sarebbe utile ad averlo per moneta numeraria: e certamente meglio pensano costoro, che quelli i quali della moneta immaginaria d'argento, come d'usanza utilissima, sono ingiustamente ammiratori: ma io non so se neppure dal rame questo potrebbe ottenersi. Via, poniamo che noi, come gli Spagnuoli co' maravedis contano, contassimo con grana e tornesi: di grazia che ne verrebbe egli mai di buono? In prima io domando: sarebbe fisso per legge quante grana vale un ducato, o no? Se si risponde che sì, egli è evidente che questo conto in moneta invariabile è svanito; perché sempre che un ducato vale cento grana, lo stesso è contare con grana, che con centinaia di grana: né so in che nuocerebbe usare una voce sola ad esprimere questo centinaio. Questa voce ducato è di bel suono, non aspra, non difficile a ritener a mente: dunque perché non s'ha egli da usare? Or volendo la legge che il ducato vaglia sempre cento grana, l'argento divien moneta di conto, e non più il rame. Ma io ho dimostrato che l'argento è di valor variabile: dunque finché il rame è avvinto e legato dalla legge all'argento, sarà da esso tratto dietro in tutte le sue mutazioni. Né si può dire che il rame, non avendo cagione di mutare valore per non esserne cresciute le miniere o l'uso, non seguirà gli urti e le vicende dell'argento; il quale o per nuove miniere, o per novello lusso, o per statuto di principe ha variato; mentre ove la legge l'ordina, bisogna ch'ei vi soggiaccia pure, o si disubbidisca a lei: ed in questo stato di cose che corrisponde all'alzamento, o l'uno de' due metalli anderà via, o la legge s'ha da mutare; e questo è contro quel che da prima mi si era accordato, cioè che fosse determinata la proporzione tra l'argento ed il rame. Lo stesso si ha da dire del rame rispetto all'oro. Ed ecco resta conosciuto che l'usare nel conto il rame, finché il suo valore sta tenuto fisso con quel degli altri metalli, non giova.



Ora voglio supporre che non fossero queste proporzioni tra' metalli stabilite. Questa cosa sebbene non abbia esempio presso alcuna nazione, tolti i Cinesi (che si può dire che battano solo moneta di rame, l'argento e l'oro, come le altre mercanzie, il vendano e lo comprino), pure merita d'essere riguardato, s'ella abbia utilità in sé che la renda degna di commendazione. Io veggo che infiniti errano in credere il valore una qualità interna delle cose, e non già, come egli è, una relazione estrinseca che in ogni luogo, tempo e persona si muta: perciò essi parlano di valore d'argento, di rame e d'oro, come di cosa stabile in questi metalli, né dicono rispetto a chi ed a qual cosa sia cotesto valore; non altrimenti che chi d'alto e basso parli, senza esprimere il punto onde misura. Per discoprire ora l'origine di questo abbaglio, io voglio che s'avverta come l'aver gli uomini misurato l'un metallo coll'altro, e coll'autorità venerabile della legge stabilitolo, fa parlare del valore quasi di cosa determinata e nota, e perciò assoluta, non relativa. In fatti quando uno chiede quanto vale un ducato, non se gli risponde già, val tanto grano, o vino; perché questa sebbene congrua risposta non si può dare per non esser fissa una tal proporzione; ma si dice val cento grana; e questa risposta, che non è migliore della prima, esprimendo la sola proporzione tra il rame e l'argento, perché ella è fissa, pare al volgo ch'esprima il valore de' metalli, e perciò d'esse parlano come di cosa nota ed universale.



Ora nel caso che la legge non determinasse una tale proporzione, essi non avrebbero diversa natura fra loro, che il grano ed il vino coll'argento. Allora non solo non sarebbe comodo, ma più incommodo d'ora il contare in rame; perciocché dopo tirato il conto resterebbe a sapere quante grana di rame vale un ducato, e questa sarebbe proporzione sempre ondeggiante e varia; ed essendo necessario che i grossi pagamenti facciansi in argento, o in oro, inutile sarebbe il conto in rame, ed insensibilmente, per la forza della natura delle cose, quello in argento e in oro si vedrebbe ritornare. In somma il conto in rame sarebbe il medesimo che se si facesse col formento o col vino: e per dir tutto in uno, questa cura sulla moneta di conto non merita esser tale e tanta, quanto ella si vuole: e sempre si troverà che quello in che si paga è quel medesimo in cui si conta, sia merce, o metallo.



Penso ora che taluno potrebbe dire ch'essendo il rame più sicuro dalle frodi de' falsatori, e dagl'inopportuni alzamenti, meglio è su di esso sempre il computare. Al che io rispondo che le frodi non variano il computo, il quale più sull'immaginario che sul reale si fa: gli alzamenti è falso che il rame non gli abbia, e quando fosse vero, sarebbe appunto perché al conto non si usa. Ed è ben ridicolo voler con costumanze arbitrarie impedire quelle determinazioni delle supreme potestà che la natura istessa, quando a lei sono contrarie, elude, ma non reprime. Quando piaccia al principe l'alzamento, o ch'ei sia necessario, e questo dal conto in rame venisse impedito, il primo ch'ei farà, sarà mutare il conto: ed ecco i frivoìi argini che il torrente ne porta via.



Ma egli è falsissimo che il rame non abbia alzamenti, o abbassamenti; ed io mi meraviglio come questa erronea opinione sia in tanti, quando ella è così patente. Alzare ed abbassare sono termini relativi: dunque quando s'alza il prezzo all'argento, a qual cosa s'abbassa? Non ai commestibili, né agli altri generi, il prezzo de' quali è lasciato in libertà di chi vende: dunque al rame e all' oro. Sicché sempre che s'alza l'argento, s'abbassa il rame. Ma di questo si dirà meglio altrove. Ora è cosa giovevole entrare a scrutinare quali mali abbia la moneta di rame fra noi, e quali ordini le sieno per essere utili o necessari.



La moneta di rame è la prima di cui s'è intermessol il conio fra noi, non essendosene battuta alcuna dal regno di Filippo V in poi; quanto è a dire da quasi 50 anni. E pure quelle di questo re sono per la maggior parte passabilmente ben conservate, o solo dall'uso sfigurate; ma quelle di Filippo IV, ed alcune di Carlo II sono state tutte così mostruosamente tosate e guaste ne' calamitosi tempi in cui questo Regno di gente scellerata era ripieno, che molte appena hanno la metà del valor antico che nella impronta dimostrano. Sonovene in oltre alcune di non meno memorabile esempio di delitti e di sciagure, che son dette del Popolo, e nella sollevazione del 1647 dal duca di Guisa furono fatte coniare, e sono grana, e publiche, che hanno per impronto da una parte le armi della libertà napoletana, dal rovescio l'abbondanza: non men delirio l'una che l'altra. Queste sono la metà più piccole dell'altre, e mostrano bene che in cambio d'abbondanza e di libertà, si dava al popolo, per quanto si poteva, fraude e violenza.



La meraviglia di molti è, come indifferentemente monete sì diseguali, guaste e mancanti abbiano potuto correre ed accettarsi; e questa meraviglia, che non è senza ragione, merita d'esser dileguata colla dichiarazione di questo perché. Il metallo basso non è soggetto a i colpi di difetti, che non sieno grossissimi. In oltre quando un paese ha cattiva moneta di rame, comunque ella si sia, conviene usarla, né può nascondersi, o liquefarsi, o andar via tutta, come all'oro e all'argento interviene: perché essendo più necessaria al commercio per pagare quelle spese minute che sono il sostegno d'ogni più grande manifattura, mai un uomo per fare un piccolo guadagno nella moneta di rame non se ne disfarà, mandando male tutta un'industria e lavorio. E noi vediamo che il somministrare questa moneta dà da vivere a una professione d'uomini che chiamansi cagna cavalli. Dippiù il rame non passa d'uno in un altro stato; e quanto è più gravoso e vile, tanto è più pigro a fuggire. In fine la velocità del giro suo, essendo almeno quattro volte maggiore di quel dell'argento, e sei più dell'oro, fa che ognuno lo prende perché è sicuro sempre di potersene disfare. Ed egli è cosa non meno evidente, che dalla storia confirmata, che può una cosa da tutti tenuta per cattiva aver quel medesimo corso che s'ella si tenesse per buona, fin tanto che dura un comune inganno, per cui ognuno speri che il suo vicino non la ricuserà; e dura questo corso finché un avvenimento nuovo scoprendo a ciascuno il viso dell' altro, non gli disinganni tutti in un tempo, e loro dia più timore del cattivo che prendono, che speranza di poterlo tramandare. I biglietti di stato, e poi que' del Banco reale di Francia, e le azioni in Inghilterra furono non ha molti anni un esempio chiaro di questo: sicché non è strano che corrano fra noi sì fatte monete di rame. Ora a voler discorrere se si convenga o no batterie della nuova, e come, e in che quantità, io porto opinione che gioverebbe batterne, e darle un prezzo qualche poco maggiore dell'intrinseco suo: ma di questa nuova moneta se n'avrebbe a coniare un poco per volta, e non più.



Mi si farebbe torto a dirmi che sia cosa animosa trattare di queUa materia di cui non mostro far professione; poiché non può essere di nocumento allo stato occupare colle parole un grado che molti meno di me esperti potrebbero coll'opere occupare: e gli errori ch'io facessi scrivendo possono essere senza danno corretti; ma quelli i quali son fatti operando, non possono essere se non colla rovina dello stato conosciuti. Venendo dunque a dimostrare quello che ho profferito, quanto al primo, ognuno che sa che le cose mortali altra stabilità non hanno che nel rinnovarsi, conoscerà benissimo che perdendosi ogni dì per molti accidenti le monete, ed altre struggendosi troppo con l'uso, per non restarne senza, conviene che si rinnuovino. Né è men chiaro che non si abbia da attendere il bisogno preciso, mentre quel male che si può riparare non bisogna lasciarlo venire per medicarlo: ed è troppo gran differenza tra 'l sostenere una spesa annua di diecimila ducati, per esempio, e il doverne fare in un solo anno una d'un mezzo milione.



Ma quanto alla seconda parte parmi già di sentir molti che, ripieni ed ubbriachi d'una certa fede e giustizia, mi grideranno ch'io ho mal consigliato il principe a volergli far dare un valore estrinseco diverso dall'intrinseco alla moneta di rame, e che questo suo guadagno torna in danno dello stato. A' quali io che non credo essere meno religioso ammiratore della fede pubblica, e che non mi sento nell' animo alcuno stimolo d'adulazione, esporrò brevemente la causa di questo consiglio mio.



Due mali ha da temere ogni classe di moneta. Uno è, ch'ella non sia dopo zeccata liquefatta di nuovo da' privati per servirsene in utensili, o mandarla fuori, e così manchi. L'altro è che, oltre a quella dal principe battuta non ne sia coniata altra da' sudditi, o dagli stranieri, e così ve ne sia troppa. Quanto danno arrechi o l'uno avvenimento o l'altro è manifesto. Avviene il primo quando il principe zecca moneta troppo buona: cioè I. S'ella avesse minor valore estrinseco che intrinseco. II. S' ella in confronto delle monete degli stati convicini, o delle antiche del paese avesse più valore intrinseco, o come si suol dire, fosse più forte. Ognuno vede che, se un principe coniasse oggi ducati che avessero undici carlini d'argento puro, appena uscirebbe questa moneta, che subito saria nascosta ed appiattata da tutti, i quali seguendo a pagare in carlini, liquefarebbero questi ducati, o gli darebbero agli orefici e ai mercatanti, che hanno gli affitti delle zecche straniere: essendo regola invariabile che la moneta debole caccia via la forte dello stesso e equilibrio di forze. Perciocché metallo, sempre che tra le due v' se, per esempio, il re ritirasse a sé tutta la moneta d'argento del Regno, e poi zeccasse la nuova, e in questa desse al ducato undici carlini d'argento, questa nuova moneta non anderebbe via; mentre allora non sarebbe altro che aver mutato il significato alla voce ducato, il quale suonerebbe quel che oggi suonano undici carlini, e solo ne dovria seguire un apparente sbassamento de' prezzi da quel degli antichi ducati. Né può la moneta d'argento uscire, non essendovi forza per cacciarla; giacché della vecchia non ve n'è, o così poca che non basta a far pagamenti grandi con essa. Qui non parlo della forza d'un metallo sull'altro, che per altro procede nel modo istesso, quando la proporzione stabilita tra due metalli non è la naturale.



Venendo adunque al mio primo discorso: la moneta delle grana, che noi usiamo, fu imprima di dodici trappesi il grano, ma questa oggi è tutta tosata e guasta. Le grana che sonosi poi battute, quali sono quelle di Carlo II e quelle di Filippo V del 1703, furono fatte di dieci trappesi, o sia del terzo d'un'oncia, per dar loro qualche proporzione ed egualità alle antiche, che per la fraude eransi impiccolite. Or la libbra di rame non lavorato vale presso di noi oggi in circa venti grana, e il lavorarla corrisponde a poco più del terzo; onde è che trentadue grana dovrebbero aversi da una libbra di rame. Ma dalla libbra se ne tagliano alla zecca trentasei: v'è adunque un guadagno di quattro grana sopra una libbra, o sia d'un undici per cento. Se poi a questa valuta estrinseca maggiore dell'intrinseca si aggiunge la corrosione, ed il consumo che è grandissimo, si troverà che le monete di rame, prendendosene una gran somma d'ogni qualità, hanno un 25 per 100 meno di valor vero di quel che corrono. Ora se il principe battesse la nuova intera, e secondo il suo intrinseco, oltre ch'egli vi perderebbe quel che s'avria da rifondere alle mozze, che si ritirerebbero, la nuova sarebbe troppo disegualmente buona in confronto all'antica; e o si fonderebbe, o l'antica sarebbe ricusata; e sempre questa spesa sarebbe senza necessità, né profitto alcuno. Dunque è bene che il principe, mettendovi un poco di valore estrinseco, l'equilibri in alcun modo colla vecchia, che n'ha tanto. Ma questo soprappiù non credo dovrebbe essere altro che quelle quattro grana a libbra, le quali si è veduto già coll'esperienza che non hanno nociuto, anzi io credo ch'abbiano giovato.



Inutile timore sarebbe poi quello, che l'aver questa moneta meno metallo di quel ch'ella vale, le potesse arrecar nocumento; mentre si vede che la corrente, a cui ne manca tanto, non ha patito mai incommodo né d'esser fusa, né d'esser battuta: e quando ella fu contrafatta, la colpa non era della non buona moneta, ma della non buona esecuzione di leggi spossate d'ogni autorità. In oltre un 11 per 100 è cosa insensibile nel rame, e da non potere invogliare molti a fare a traverso al timore d'atroci pene questo guadagno. Gli stranieri non sono in istato di farlo, perché è piccolo guadagno; è difficile ad introdurre moneta di rame in un regno che n'è provveduto, poiché nelle grandi somme questa si ricusa, e nelle piccole gli uomini non hanno la sofferenza d'attendere a così stentato emolumento. In uno, la moneta di rame è meglio che pecchi di esser debole che forte, perocché, quando è soverchio buona, è cacciata via dall'argento, e questo è male grandissimo; quando è soverchio cattiva, resta, ma non ha forza di cacciar l'argento contro cui non può luttare; e quando anche il cacciasse è minor male. Il commercio ha più bisogno del rame che d' ogni altra moneta, poi l'ha dell'oro, in ultimo dell'argento. Questo m'ha fatto credere che noi che abbiamo debolissima la moneta di rame, rinnovandola non l'abbiamo a far tanto forte.



Passo ora a dire perché se ne debba batter un poco per anno e non più. Quando uno stato è tormentato da' tosatori che impunemente, diminuisc0no le monete, è necessario prima sbarbicargli e distruggergli, e poi raccorre la moneta vecchia e supprimere il corso, dando fuori la nuova: perché se voi ne date fuori un poco per volta, secondo ch'ella esce, si ritaglia e non si emenda il male; come l'acque de' fiumi non raddolciscono il mare. Ma quando uno stato per la vigilanza del g0verno ha estinti gli autori del male, e che solo gli effetti ne rimangono, che è appunto il nostro caso, non giova rifar tutta la moneta offesa per la grande spesa, né nuoce a poco a poco ritirar le peggio ridotte e sostituirvi le nuove. Dannoso sarebbe poi il consiglio mezzo di volerne rifar molta in un tratto, quanto è a dire la metà della corrente: perciocché può la moltitudine, quasi svegliandosi dal suo torpore, avvedersi della disparità tra la vecchia e la nuova, ed acquistare disprezzo dell'una, avidità dell'altra, e far così restare lo stato privo della metà di quella classe di moneta che rimane nascosta o traviata.



Questo procede assai più sensibilmente ne' metalli preziosi; nel rame, perché si disprezza, non così; e quando si seguisse il mio primo avvertimento, di non fare la moneta nuova migliore d'un 25 per 100, ma solo d'un 10, ogni verisimilitudine è che non vi s'avvertirà. Pure non è mai buona regola correre questo pericolo, al quale siccome non v'è altro rimedio che subito rifare la restante moneta, non so se una così grave spesa, che giunga improvvisa allo stato, sarà per essergli innocente. E forse allora con nuovi mezzi consigli e deboli espedienti si farà incancrenire quella piaga che i soli cattivi consigli aveano generata. Sicché dunque quando si vuol rifare una classe di moneta tosata, e gli ordini del governo ci rassicurano' conviene o batterla tutta insieme, o a poco a poco: e questo mi pare miglior consiglio. La nuova esce insensibilmente, né produce altro che un lampo di letizia per la sua bellezza e bontà; ma l'esser poca non permette che si disusi la vecchia, ancorché fosse aborrita: in tanto la nuova si comincia a consumare, ed il popolo vi s'avvezza.



È tempo ch'io ragioni dell'argento, il quale io stimo presso di noi essere in buonissimo stato ed ordine. La prudenza di chi oggi ci governa ha conosciuto questo vero, ed ha battute le nuove monete imitando le antiche; quanto è a dire in 12 once mettendone 11 di puro metallo, ed il resto riservandolo per la lega, fattura e dritto di zecca; e valutandole secondo l'alzamento fatto alle monete del Carpio del 32 per 100. Prego ìl supremo Autore del tutto, e i Santi tutelari di questo Regno, che vogliano, poiché a sì felice età e sotto così giusti principi ci hanno condotti, lungamente conservare a noi non meno la loro preziosa vita che le massime istesse di governo savie e generose, le quali, come alla pietà del principe, così alla virtù de' suoi ministri ancora sono dovute.



Molti dicono che si convenga alzare il valore all'argento, o sia mutare la proporzione tra questo e gli altri metalli; il che io non credo sia vero; ma quando lo fusse, sarebbe miglior consiglio mutare il valor del rame e dell'oro. Trattandosi di proporzione la cosa è la medesima, ma non gli effetti. Mutato il rame, il commercio soffre minor disturbo nella mutazione de' prezzi; mutato l'oro, che è tutto straniero fra noi, non ne prenderanno i sudditi timore: ma questa mutazione, lo replico di nuovo, non è necessaria, né sarebbe utile a cosa alcuna. Altri credono esservi difetto nelle monete d'argento, vedendo spariti i ducatoni e mezzi ducatoni, dal marchese del Carpio, uomo d'immortale e gloriosa memoria, battuti: ma costoro non avvertono che questo non può nascere dalla miglior qualità del loro argento, perché le 13 grana e le 26, che sono suddivisioni loro, sono abbondantissime; e pure non solo esse sono della stessissima qualità, ma hanno minor valore estrinseco, perché, per evitar le frazioni, in vece del 32 per 100 furono alzate solo del 30. La causa adunque di questo sparimento egli è, ch'essendo la più antica, per molti accidenti il tempo l'ha consumata. Secondo, le monete grosse si consumano meno delle piccole, onde si liquefanno con minor perdita: e di questa perdita non è da accorarsene più dell'essersi disusate le monete de' re aragonesi ed angioini.



L'oro appresso di noi era tutto forestiero, ma in questo anno se n'è battuto un poco in tre differenti grandezze di 2, 4, e 6 ducati nostri, chiamati zecchini, doppie, ed once napoletane.l Delle monete forestiere che corrono in un regno, io ragionerò in altro luogo: qui dirò solamente che l'oro è metallo così prezioso e necessario, e gli errori in esso sono tanto gravi, che si converrebbe trattarlo del tutto come mercanzia e gemma, anche se nella zecca propria fosse coniato. L'esperienza ha fatto conoscere a' sovrani ch'era bene lasciarlo correre a peso, e non sull'autorità del conio, e perciò da per tutto s'usa pesarlo, e l'impronta assicura solo il prezzo al peso; sicché in parte già si tratta come mercanzia. Io desidero, e prego il Cielo che faccia anche conoscere a chi regge quest'altra verità, che siccome il peso è lasciato al libero esame di ciascuno, così si avrebbe a lasciare anche il valore; e l'impronta riserbarla solo ad autorizare la bontà della lega. Così facendosi avrebbe perfettisSimo regolamento la moneta, e non si richiederebbe tanta arte e studio a medicare i mali che in quel caso non potrebbero generarsi in lei. So bene che la cognizione delle verità appartenenti al governo è lentissima, e più lenta ancora è l'introduzione di que' miglioramenti che da gran tempo sono già conosciuti; onde sembra più da desiderare che da sperar questa cosa: ma io non ne dispero ancora, fidato sulla virtù del principe che ci governa.



Nelle cose della politica non è come nell'altre scienze, che sempre si vanno di dì in dì migliorando: esse non hanno continuata progressione. Quando la Divinità fa agli uomini il maggiore de' suoi doni, dando loro un principe di straordinaria sapienza e fortezza, si ordina uno stato.. morto lui, siccome passano molti secoli prima ch'egli abbia un degno successore, le cose non migliorano più, e appena s'ottiene che lentamente, e non a precipizio si vadano corrompendo. Né da' ministri inferiori, ancorché virtuosi, è da sperar cosa alcuna. Sono essi troppo distratti dal timore, e dal desio di loro privata grandezza: e le grandi imprese, se non sono sostenute da chi è superiore all'invidia e alla malignità, rare volte riescono; e sempre che si sbagliano, sono funeste a quell'onorato ministro che le avea promosse o consigliate.


CAPO QUARTO



Della giusta stima de' metalli preziosi e della moneta; e quanto noccia più la soverchia che la poca. Vera ricchezza è l'uomo.



Siccome è il volgare proverbio che il giusto è sempre in mezzo al troppo e al poco, così la moneta ha, ed in ogni tempo ha avuti, e ingiusti disprezzatori e vili idolatri. Ma non sono queste due classi d'uomini egualmente numerose; perciocché l'una di pochi sapienti, e di altri non molti, che sotto un così augusto vestimento stannosi mascherati, è composta; l'altra comprende quasi tutto il restante della specie umana, e spesso anche que' che se ne mostrano palesemente disprezzatori. Similmente non sono del pari da temere le conseguenze di queste non giuste opinioni; perché la prima non potendosi alla moltitudine comunicare non produce nocumento; l'altra per contrario è di gravi mali cagione, e d'errori che seco portano la ruina degli stati, col quale avvenimento solo, ch'è peggio, si lasciano percepire. Perciò io mi propongo d'entrare a disputare dell'utilità e necessità della moneta, e prefiggere i giusti limiti alla stima di lei; acciocché gli uomini ritraendosi da quell'errore ordinario, per cui scambiano le immagini colle cose, gl'istromenti con l'opra, conoscano che il metallo delle monete è mercanzia di lusso, e non di necessità; la moneta non è ricchezza, ma immagine sua ed istrumento da raggirarla: dal quale rigiro, sebbene accada alcuna volta che la vera ricchezza s'accresca, infinite volte più pare che così avvenga, e non è vero. Non diversamente da quello di chi movendo velocemente un carbone acceso in giro, farà credere all'occhio che una ruota intera di fuoco egli s'abbia nelle mani, mentre la veloce mutazione pare agli uomini duplicata presenza.



Che la moltitudine chiami il denaro nerbo della guerra, fondamento d'ogni potenza, secondo sangue dell'uomo, e principal sostegno della vita e della felicità, si potrebbe perdonare all'ignoranza sua ed alla connessione delle idee fra l'immagine e la cosa; ma che si lasci cadere in questo errore chi governa, non è in alcun modo da trasCurare per lo danno che ne può provenire. Le ricchezze di Sardanapalo, di Creso, di Dario e di Perseo furono per cagione di questo inganno accumulate; e perché questi non si ricordarono che la guerra si fa cogli uomini e col ferro, e non con l'oro, e vi si riposarono sopra, furono più avidamente spogliati per quella cosa istessa ch'essi aveano per difesa accumulata.



Ora per dimostrare la grandezza di questo volgare errore, basta definire che sia la ricchezza, e si vedrà se il possessore delle monete si possa così chiamare. Ricchezza è ((il possesso d'alcuna cosa che sia più desiderata da altri che dal possessore)). Dico così, perché molte cose sarebbero ad alcuno utili assai, ma avendo quegli la sventura di non conoscerle, non se ne può dir povero, né chi le possiede rispetto a lui è ricco; e così per contrario molte sono o inutili o dannose, ma essendo per errore richieste molto, rendono ricco chi le ha.



Da questa definizione si comprende che la ricchezza è una ragione tra due persone; e riguardo ad ogni uomo uno è disegualmente ricco. In oltre non la sola quantità delle cose desiderate, ma la varia qualità loro con ragione composta, è misura delle ricchezze: e chi ha le cose più utili, è più ricco di chi possiede le meno utili. Or nella serie delle cose utili le prime sono gli elementi; indi è l'uomo, che di tutte le cose è la più utile all'altro uomo; poi sono i generi atti al vitto, indi al vestito, appresso all'abitazione; e in ultimo alle comodità meno grandi, ed all'appagamento de' piaceri secondari dell'uomo. In questa classe sono i metalli non discosti dalle gemme: sono dunque utili anche essi, ma meno dell'uomo. Dunque se Ciro, se Roma, se Alessandro aveano più uomini, o per meglio dire migliori, che Creso e Perseo e Dario, erano più ricchi assai; e non fu fortuna il vincere, o cosa strana, se il più forte restò superiore. È errore chiamar più forte chi ha più denaro. Non ebbero adunque costante fortuna i Romani, ma costante superiorità di potere. Caso e fortuna sono voci nate dall'ignoranza nostra, e nella natura non sono. Diciamo noi mêschini caso quell'ordine di leggi che non sappiamo sviluppare, ed ella è voce relativa al diverso intendimento nostro; onde il savio dallo sciocco è chiamato sempre fortunato. Né credo io perciò che vi sia voce di questa più vergognosa per noi, e più ingiuriosa alla Provvidenza che ci governa.



Non è vero adunque che l'oro e l'argento sieno inutili affatto, ma non sono nemmeno degni d'esser dichiarati sovrani del tutto ed arbitri della felicità; come l'olio e il vino, sebbene non inutili, non sono mai così chiamati. I metalli sono merci di lusso: il lusso nasce in quello stato prospero, in cui i primi bisogni sono agevolmente soddisfatti; e quando le calamità tornano il lusso muore. Or se la ricchezza non è per altro prezzabile, se non come ricovero delle sventure, come mai si potrà dir ricchezza quella che lo è solo nelle felicità, inutilissima poi nella miseria? Qual fondamento si potrà fare in lei?



E pure molte nazioni ve lo fanno. I Portoghesi godono vedere le sagrestie delle loro chiese fatte quasi magazzini d'argento; e in questo argento riguardano un rimedio ad ogni bisogno. Se lo avranno (il che prego il Cielo, che mai non sia) s'accorgeranno che vaglia quel metallo. Credono poterlo convertire in moneta. Non so se avran tempo da farlo: ma quando l'avessero, non so se potranno, così come hanno convertiti i vasellami in moneta, convertir la moneta in uomini e in pane; e se non lo potranno, la calamità non avrà il rimedio suo. I privati uomini possono ben fondarsi sulla moneta, perché le loro disgrazie non sono congiunte con quelle di tutti gli altri per lo più: ma gli stati no. I mali piccoli gli sana il denaro, i grandi d'uno stato gli aumenta, perché lo fa predare più presto e da' nemici e dagli ausiliari suoi. I Veneziani nella battaglia di Ghiera d'Adda avendo ancora l'erario loro pieno di tesoro perderono tutto lo stato senza poter essere difesi da quello; e quel danno ch'un esercito ben pagato avea prodotto, fu riparato dal valore di que' gentiluomini che difesero Padova, e non costarono stipendio alla republica.



Io dubiterei d'annoiare in cosa così evidente i miei lettori, s'io non vedessi una innumerabile quantità d'errori commessi per la falsa persuasione del contrario, e non sentissi infinita gente chiamare il denaro nerbo della guerra. Certamente è cosa meravigliosa ed incredibile che, non leggendosi nella storia di duemila anni esempio alcuno di nazione denarosa, che ne abbia distrutta una povera ma numerosa, molti che i poveri abbiano depredati i ricchi, non si sia svelta ancora questa sentenza dagli animi umani. Le ricchezze di Babilonia furono preda della povera Media e della selvaggia Persia. Queste nell'arricchirsi di tante spoglie perdettero ogni forza e virtù; onde i Traci e i Greci, poverissima gente, fiaccarono le arme di Dario e di Serse. Né avrebbero i loro successori avuto mai vantaggio sulla Grecia, se non avessero riempiute le città dell'Asia Minore d'oro e di tiranni, corrotta Sparta, e quasi comprata Atene. Allora fu che Tebe e la lega Achea cominciarono a valere, e valsono più i soldati e la virtù loro, che il danaio e le arti della pace d'Atene. Né molto tempo dopo la povera Macedonia mossasi a disfare l'antico imperio persiano, e conducendo seco ferro da opporre all'oro, dimostrò in quale de' due metalli era forza maggiore; e che il ferro trovava l' oro fino nell' India, l' oro non lo spuntava, ma anzi più l'aguzzava. Ma subito morto Alessandro, le ricchezze fecero quell'effetto ch'esse veramente producono, quanto è a dire, tolsero il nerbo all'armi della guerra. Così potette Roma, che vivendo sempre povera avea sottomessa e la ricca Sicilia e l'opulentissima Cartagine, ingoiarsi questo imperio ancora, che da' successori d'Alessandro era stato diviso. Tranguggiatolo appena, s'indebolì, e le ricchezze furono il termine della grandezza sua: e quelle settentrionali regioni, che per l'inumanità delle nazioni non avevano potuto ricevere i tesori asiatici, restarono a nutrire que' semi di virtù militare che doveano sfasciare quell'imperio sterminato.



Né i secoli a noi più vicini sono stati meno fecondi d'esempli consimili. I Tartari han doma la Cina, l'India, la Persia, e la potenza saracena. Gli Svizzeri sono i più poveri popoli, ma i più valorosi. Gli Spagnuoli ebbero meritamente nome grandissimo di valore fin tanto che, scoperta l'America, col nuovo creduto nerbo della guerra non sapeano intendere come gli eserciti loro fussero deboli da per tutto, e d'ogni cosa utile, fuori che di denaro, sforniti: non avvertendo che, quando è vicino il timore d'una disfatta, il danaio non trova uomini da soldare, né pane da vivere; come per contrario coloro che seppero adoperare il ferro, non patirono mai carestia d'oro. Né giova più enumerare esempli; mentre e le Provincie Unite contro la Spagna, e la Svezia sotto i due Gustavi, e gli Svizzeri contro la lega italiana del duca Carlo, e gli Ungheri non è gran tempo, e gl'Irlandesi, e a nostri dì i Corsi hanno palesato quanto valore conservassero nella povertà.



Né la ragione è contraria all'esperienza. L'uomo ricco s'espone a' perigli sempre meno del povero, e quanto gli è più dolce, tanto gli è più cara la vita; né d'un popolo di mercanti s'avranno mai buoni soldati. Perciò a Cartagine, a Venezia, all'Olanda è convenuto avere armi straniere e mercenarie; ed hanno creduto che il dare una piccola parte delle loro ricchezze bastava a trovar gente che si facesse uccidere per salvar loro il restante. In sul fatto hanno dolorosamente conosciuto che gli amici non erano men de' nemici di que' tesori famelici, ed invidiosi. Questa è una ragione: l' altra non meno potente è che più sono le guerre perdute per aver soverchio denaro e amarlo soverchiamente, che per averne poco. Le ricchezze menando seco l'avarizia impoveriscono l'animo di chi le ha, e la guerra non vuole parsimonia eccessiva. Atene perdette ogni guerra con Filippo di Macedonia, perché le arti della pace aveano in quella republica introdotto un gusto alla quiete precursore della servitù, e un importuno rincrescimento a spendere ed a combattere. L'animo misero di Perseo lo fece da' Romani sottomettere, e ne' tempi de' nostri padri l'Olanda regolata da' due fratelli di Witt corse gli estremi pericoli, perché era e per terra e per mare, usando risparmio, d'ogni cosa che a guerra si confacesse mal provveduta. E se ad alcuno moverà difficoltà come sieno state queste republiche tutte potenti e prodi in mare, e' dovrà riflettere come le armate di mare più hanno a combattere cogli elementi che co' nemici; e questa perizia del navigare, che nella pace è di mestiere s'acquisti, solo l'avidità delle ricchezze e il commercio la può dare. Avviene poi che quell'ardire che dall'avarizia è generato, si converte in valore quando è d'uopo guerreggiare.



Da quanto s'è finora detto si conchiude che la moneta, utilissima come il sangue nel corpo dello stato, vi si ha da mantenere fra certi limiti, che sieno alle vene per cui corre proporzionati; oltre ai quali accrescendosi, o diminuendosi diviene mortifera al corpo ch' ella reggeva. Non è dunque degna d'essere accumulata indefinitamente da' principi, e tesoreggiata. Quello che dee essere il solo oggetto della loro virtuosa avidità, perché è vera ricchezza, è l'uomo, creatura assai più degna d'essere amata e tenuta cara da' suoi simili, di quel ch'ella non è. L'uomo solo dovunque abbondi fa prosperare uno stato.



Io vorrei poter avere eloquenza atta a comunicare a tutti quella passione ch'io ho per l'umanità, e sarebbe degno del nostro secolo che gli uomini cominciassero ad amarsi tra loro. Niente mi pare più mostruoso che vedere vilipesa e fatta schiava, e come bestie trattata una parte di creature simili a noi: il qual costume nato in secoli barbari, nutrito da sozza superbia nostra, e da vana stima di certe estrinseche qualità di color di pelle, fattezze, vestimenti, o d'altro, dura ancora a' nostri dì. Ma a chiunque è degno d'esser nato uomo, dee esser noto che il massimo de' doni fattici in questa vita dalla Divinità è stata la compagnia de' nostri simili, che dicesi società: che Adamo fu il più grande imperatore, avendo pacificamente posseduta la terra intiera, ma il più miserabile, avendola colle sue mani zappata: che tanto vale un regno quanti uomini ha e niente più; tanto è più forte, quanto più uomini in minor terreno: che non v'è più stolta politica quanto spopolare un regno in conquistarne un altro, come sarebbe stolto spiantare una selva per trapiantarne le piante in un suolo ove è certo che non alligneranno: che non v'è peggior rimedio a conservare uno stato, che struggerne gli abitatori; siccome sarebbe stolta cosa se un principe volendo risparmiare il nutrire i cavalli della sua cavalleria, li facesse uccidere e scorticare, e riempiendo le pelli di paglia, di questi cavalli non dispendiosi tenesse cura; giacché non dissimili sono gli edifici delle città privi d' abitatori: che finalmente l'esperienza fa anche a' dì nostri vedere essere la Divinità tanto gelosa delle ingiurie che gli uomini fanno agli uomini, che molti paesi tengono ancora le piaghe aperte, per avere già molti secoli sono spopolate le loro terre senza vera necessità.



Adunque non v'è cosa che vaglia più dell'uomo, e sarebbe desiderabile che si conoscesse quanto lucrosa mercanzia egli è, e come mercanzia si cominciasse a trattare; che forse l'avarizia opererebbe quel che non può la virtù. I Cinesi, de' quali la scienza del governo è con varietà d'opinioni da molti stimata assai, da altri vilipesa, hanno una grande e gloriosa pruova in favor loro nel mostrare quanto sia popolato il lor paese, e quanto gli ordini del governo conferiscano alla popolazione.



Ma poiché questa parte della scienza di governare è di grandissimo rilievo, né in tutto aliena dalla presente materia, sebbene ella siasi da me in altra opera dichiarata tutta, pure e' mi par bene anche qui ragionarne. Dico adunque che i mezzi da accrescere la popolazione sono sei. I. La esatta giustizia e la libertà, che è quanto dire le buone leggi: intendendo io qui per libertà, non l'aver parte al governo, ma l'esercizio pacifico di quanto dalla retta ragione, e dalla vera religione (che è lo stesso) non è vietato, né nuoce al bene dell'intero stato. Questa giustizia e libertà compensa da per tutto ogni bellezza di clima e di paese; e si vede che le rupi degli Svizzeri, e le paludose Polesine di Rovigo con queste arti hanno spopolata la fertile Lombardia. II. La virtù militare, che difenda dalla servitù, e le savie provvidenze contro alla pestilenza; sebbene la prima di queste due nasca sempre dalle buone leggi; né c'è valore, ove non è libertà. III. La giusta distribuzione de' tributi; la quale non nuocendo alle arti ed al comercio, non riduca gli uomini alla mendicità; perché questa, scemando i matrimoni e la prole, nuoce talora più della peste istessa. IV. L'egualità delle ricchezze; perocché il lusso, compagno delle ineguali distribnzioni testamentarie, toglie la diramazione alle famiglie, ed è da per tutto col forzoso celibato accoppiato. V. Il principe proprio, senza il quale tutte le cose di sopra enumerate non si possono stabilmente avere. VI. L'agricoltura favorita più d'ogni cosa, e più del comercio. L'uomo è animale che di terra si nutre. Il comercio non produce nuovi frutti della terra, ma solo o gli raccoglie, o gli trasporta, o gli scomparte ed espone in vendita; onde se questi mancano, ogni comercio s'estingue. L'agricoltura è dunque la madre di esso, e senza esso si viverebbe, quantunque a stento; senza l'agricoltura affatto non si può vivere. Onde è ch'egli è un errore quanto generale, tanto calamitoso l'essere l'agricoltura disprezzata da tanti e tanti, che questa voce commercio commercio replicano meccanicamente sempre, e senza intenderla esaltano, solo perché ella è venuta in moda; e chi la proferisce, comunque egli lo faccia, purché sia con aria grande e carica di mistero, si manifesta per uomo intelligente di politica e di stato. Classe d'uomini quanto perniciosa allo stato, tanto a' dì nostri nelle civili e familiari conversazioni per nostro danno multiplicata.



Basti questo qui. Il restante è da me disputato in altra opera, che comprende l'arte intera del governo, la quale, quando la malignità della sorte che mi opprime, e quasi mi schiaccia, non dico si cangiasse, ma intermettesse alquanto, non dubiterei di publicare.


CAPO QUINTO



Del conio.



Conio è voce tratta dalla lingua greca, nella quale eichon dinota l'immagine, onde corrottamente si fece iconiare, per dinotar l'imprimere d'una immagine su d'alcuna cosa. Dal significato generale si applicò più particolarmente a quell'imprimere, che si fa sulle monete, di quelle immagini che servano a darle autorità. Dell'antichità di quest'uso molto hanno gli eruditi disputato, e si vede che presso ogni popolo col medesimo fine si è usato; perché tutte o colla imagine delle divinità proprie, o colle teste de' loro principi, o finalmente cogli emblemi, e dirò quasi colle imprese delle loro città, le hanno contrassegnate: ma queste ricerche e questi studi si convengono assai più all'erudizione, che alla scienza di governare. A me si conviene ad altra parte rivolgere il discorso; e quanto al conio, è necessario avvertire ch'egli non è già sul metallo quello stesso che sono le firme sulle cedole o su' bullettini: perché queste costituiscono tutto il valore alla cedola, e la carta su cui si fanno è ugualmente atta a ricevervi i caratteri di maggiore o di minor somma a piacimento altrui. Quindi non hanno i bullettini altro valore che l'estrinseco; né si può dire che abbiano d'intrinseco più di quel mezzo baiocco che vale la carta. Nelle monete la cosa procede diversamente. Il conio dimostra quel valore che già esse hanno in sé, non lo produce; e quando il conio ne dimostrasse un altro, questo non distrugge quello, ma restano ambedue insieme; e quello del conio e della legge, che perciò dicesi estrinseco, corre fin là dove la legge si stende ed ha forza d'operare; l'altro che è nella natura e nel metallo rinchiuso, e perciò chiamasi intrinseco, resta ed ha luogo dovunque non può averlo il primo. È il conio adunque una rivelazione del valore intrinseco fatta dalla pubblica autorità giustamente e rettamente adoperata: né è nell' arbitrio del principe il dare al metallo coniato quel valore che gli piaccia, ma si conviene (generalmente parlando) all'intrinseco uniformarlo. Di questo essendosi detto assai là dove si è mostrato il valore intrinseco del metallo indipendente dall'uso suo per moneta, non è d'uopo che si torni qui a dire.



Resta solo a ricercare se il valore del coniare abbia ad essere per appunto lo stesso che quello del metallo, o diverso; sulla qual materia è da sapersi imprima che in tutti i principati egli è oggi maggiore, valendo la moneta più del metallo in lastre tutto quel che vale la spesa del conio con qualche poco di più: questo dippiù è quel denaro che si ritiene il principe per dritto della zecca, chiamato da' Francesi droit de seigneuriage, e suole importare il due e 1/2 per 100. La spesa del conio è diversa secondo il vario vivere e pagare degli operai ne' vari paesi; ma all'ingrosso si valuta a 1/2 del valore intrinseco del rame, e 1/50 dell'argento, e 1/400 dell'oro.



Nell'antichità io credo, benché di certo non si sappia, che la spesa del conio non fosse nel valore della moneta compresa, vedendosi che gli antichi delle monete, come di cosa sacra, perché confacente alla gloria ed alla fama, fecero stima. E questo desio di gloria, ch'era l'ultimo fine di quelle nazioni, come fra noi (grazie al Dio della verità) è la vita seconda, fece sì che in su le monete somma cura presero d'improntare con nobilissime sculture quegli accidenti ed uomini, che credettero degni dell'immortalità.



Ciò posto, veggiamo se è cosa utile che la zecca sia pagata da chi riceve la moneta venendo nel valore di essa compresa, o dal publico con qualche dazio che dal principe s'impieghi a mantener la zecca. Bernardo Davanzati conclude un suo non savio discorso sulle monete con questi sentimenti: ((E per levare ogni tentazion di guadagno e tutti i segni nettare, e la cosa far tutta orrevole e chiara e sicura, vorrebbe della moneta tanto essere il corso, quanto il corpo; cioè spendersi per quel oro o ariento che v'è: tanto valere il metallo rotto e in verga, quanto in moneta di pari lega; e potersi a sua posta senza spesa il metallo in moneta, e la moneta in metallo, quasi animale anfibio, trapassare. In somma vorrebbe la zecca rendere il medesimo metallo monetato, che ella riceve per monetare. Adunque vorrestù la zecca metterci la spesa del suo? Maisì, che di ragion civile molti contendono tale spesa toccare al comune, per mantener nella republica il sangue; come gli toccano le paghe de' soldati e i salari de' magistrati per mantenere la libertà e la giustizia. Ad altri pare onesto che la stessa moneta paghi suo monetaggio, fatta peggiore di cotanto, e vaglia quel più del suo metallo sodo, come il vasellamento, gli arredi, e ogni altra materia lavorata. Finalmente l'antica usanza del cavar della moneta la spesa veggenti i popoli, è prescritta, e ne sono i principi in possessione. Io non voglio disputar co' maestri; ben dico che se pur la zecca non dee questa spesa patire, almeno facciala menomissima, e piuttosto sien le monete men belle. Ma perché non piuttosto (come vuole alcuno) ritornare all'antico modo di gettarle? Qui sarebbe ogni vantaggio. Due punzoni d'acciaio stamperieno il dritto e 'l rovescio d'una moneta in due madri, e quasi petrelle di rame, ove due uomini, senz 'altra spesa che calo, rinettatura e carbone, ogni gran somma il giorno ne getterieno, tutte eguali di peso e di corpo, e perciò più atte a scoprire o forbicia o falsità: non potendosi la moneta di falso metallo, che è più leggieri, nascondere alla bilancia, se è di corpo ordinario, né alla vista, se più o meno è larga o grossa. E giustificatissime si farieno, se gli uficiali stessero a vederle fondere, allegare e gittare corampopolo dentro a que' ferrati finestroni ordinati da que' buoni e savi cittadini antichi. A questo modo, chi non vede che sbarbate sarieno la spesa, la froda e il guadagno, radici pessime, che troncate sempre rimettono, e fanno peggiori le monete? Finalmente, quasi per corollario aggiungerò che l'umano commerzio ha tanta difficoltà e fastidi per conto di queste benedette monete, che sarebbe forse meglio far senza, e spender l'oro e l'ariento a peso e taglio, come ne' primi tempi ed ancor oggi usano que' della Cina, i quali per arnesi portano in seno lor cesoie e saggiuolo, e non hanno a combattere che colla lega, la quale colla pratica e col paragone pur si conosce )). Qualunque arte v'avesse egli usata, non potea certamente in così pochi righi racchiudere più cose false, e che lo dimostrassero meno intelligente della materia sua, di quel ch'egli s'abbia fatto: sicché come di cosa difficile eseguita ne merita lode.



È falso, e sarebbe calamitoso se il monetaggio non si ritenesse alla zecca dal principe. È da uomo non intendente anteporre l'antica imperfetta ed incommoda maniera di coniare a martello, alla bellissima e meravigliosa invenzione del torchio. È da avaro e misero d'animo, per far un risparmio di poche centinaia di scudi, far brutte e goffe le monete, che sono opere pubbliche consecrate all'immortalità. È da vecchio fastidioso e molesto il voler bandir la moneta, e lodare i Cinesi in quello in cui, non altrimente che nella loro scrittura e lingua, meritano biasimo e dispregio.



E quanto al primo: perché in prima, domando io, s'ha da fare quel che il Davanzati propone? Questo non giova ad evitare che altri batta moneta; perché dovendo questi ritenersi quel che la fattura vale, né potendo mai ad un privato valer questa meno che alla zecca del principe; se nel caso ch'egli propone vi saria perdita, nel presente stato non v'è guadagno. Or a ritener l'uomo dal fare alcun delitto a traverso alle pene ed ai timori, non si richiede ch'egli vi perda, basta che non vi guadagni assai: sicché non giova quel ch'egli pensa e propone; ma quel ch'è peggio nuoce. Gli orefici in ogni loro bisogno fonderebbero la moneta, la quale è assai più facile a procurarsi che la pasta del metallo; sicché lo stato sarebbe dagli orefici quasi dissanguato. Onde bisognerebbe star sempre in sul battere; e se oggi per esempio basta che si zecchino cinquanta mila scudi d'argento e d'oro ogni anno, per andar supplendo sempre all'insensibile dissipamento, allora bisogneria batterne più di quattro volte tanto. La zecca per sua natura è un aggravio del pubblico, come sono le altre spese pubbliche, e sempre dal pubblico si trae; perché fra il principe giusto e il suo popolo non s'ha mai da porre diversità alcuna, nemmeno di parole. Or il Davanzati propone di quatruplicare un aggravio al pubblico, proponendo per eccesso di zelo un'operazione che gli pareva eroica, e di cui egli non vedea le conseguenze perniciose. Né questa mia considerazione manca di esempli di nazioni che per esperienza l'hanno conosciuta. L'Inghilterra nel 1698 non valutava la moneta più della pasta onde si facea, e con una imposizione sul vino manteneva la zecca. È incredibile quanta moneta si coniasse continuamente, e quanta se ne liquefacesse tosto, mentre fin gli appaltatori delle zecche straniere giungevano a far commercio delle monete d'Inghilterra, come delle lastre che da Spagna si danno avrebbero fatto, disseccando così l'Inghilterra d'ogni danaro. Quanto guadagno apportasse questo agli officiali della zecca, quanto costasse al pubblico, lo conobbe Gio. Locke, e poi il Parlamento istesso, e conobbe ch'era falso rimedio l'alzamento a questo male che dal difetto della zecca proveniva. Adunque questo consiglio del Davanzati a' soli officiali della zecca è buono e profittevole, a tutti non che inutile è nocivo.



Ma in oltre se il conio è una comodità aggiunta alla moneta, non è cosa ingiusta volerne rifondere il danno ai bevitori ed ai cultori delle viti, mentre il comodo è degli uomini denarosi? Il dazio è un incommodo produttore d'un comodo maggiore; e perciò sempre è desiderabile e giusto che soffrano il peso coloro che ne hanno il vantaggio proporzionatamente: e questo appunto ottienesi quando nella moneta il prezzo dell'opera è compreso.



Non è meno palesemente biasimevole l'altro consiglio del Davanzati sull'istrumento da coniare. Su di che io desidero che i miei lettori leggano il capo XVIII del Saggio sul commercio, ove si racconta quel ch'Errico Poulain, presidente della Corte delle monete, fece nel 1617 per escludere l'invenzione del torchio, che oggi usasi, la quale da Nicola Briot suo inventore era proposta, e fu poi portata in Inghilterra ad eseguire. In questo capo, che è certamente il più bello di tutta quella giudiziosa operetta, v'è il carattere degli uomini simili al Poulain con tale e tanta grazia e con pennellate sì vive dipinto, ch'ei merita d'essere da ciascuno appreso a mente, e nella condotta della sua vita ai suggetti viventi, che pur troppo abbondano, comparata.



I vantaggi del torchio, enumerati dal Locke, e tutti verissimi sono: I. La maggiore ugualità nel peso delle monete; perché non si fondono ad una ad una, ma in lastre, che poi si tagliano in tanti pezzi rotondi, i quali prima di coniarsi si pesano e si raggiustano. II. Liberarci dal timore delle falsificazioni. Nell' antica maniera un uomo solo conduceva l'intiera operazione, ed i conii, o sia punzoni, da lui solo erano percossi; quindi non era difficile che altri in sua casa nascostamente i conii imitasse. Oggi sarebbe di mestieri che uno avesse in sua casa tutto quel gravosissimo torchio, altrimenti la diversità dell'impronto discuoprirà la frode. Si possono imprimere anche gli orli, come nell'ultime nostre monete d'oro s'è fatto: il che libera dal timore del risegamento. III. Il tempo, la spesa, gli operai sono minori, la bellezza delle monete incomparabilmente maggiore.



Del conio s'è detto assai. Tempo è di ragionar della lega che nel metallo si mette, come si dirà nel seguente capo.


CAPO SESTO



Della lega.



I metalli preziosi, quando nelle naturali vene si generano, non solamente sono fra dure pietre racchiusi ed intralciati in esse con minutissime ramificazioni; ma nella stessa loro sustanza contengono sempre qualche parte di basso metallo incorporata, che dicesi lega: né quando giù per le vene de' fiumi corrono, da questa impurità si purgano; ma solamente col fuoco e coll'arte se ne possono distaccare. Allora nell'oro si trova misto per lo più l'argento, e trovavisi anche il mercurio e il rame: nell'argento il piombo e il mercurio. Or questa purità del metallo, nella quale la natura non lo produce, e l'arte può dargli, è dagli orefici considerata come un tutto, che si divide in certe parti o gradi, secondo la proporzion de' quali si misura la purità. Nell'oro sono ventiquattro le parti, che diconsi carati, nell'argento dodici, dette once, e sono in sterlini suddivise. Questa lega che ha naturalmente l'oro e l'argento, ha data origine a quella che le monete hanno, e nel coniarsi ricevono. È questa una porzione di vile metallo mista in uno più prezioso, ma con tanta disuguaglianza, che il valore della lega non meriti esser considerato; perocché quando fosse una metà della materia d'un metallo, e l'altra d'un altro, come sono i soldi di Francia, o le basse monete di Venezia e di Turchia, in queste il rame non si chiama lega, ma si dicono monete di due metalli.



La necessità di quest'uso è nata da due primarie cagioni. Una è che il purgare il metallo da ogn'impurità è un'operazione che consuma gran tempo e fatica; onde nacque la risoluzione di trattare i metalli con quella lega che dalla natura avevano; ma conoscendosi poi che questa è varia, e che siccome il più puro oro che si scavi appena è di 23 carati, di grado in grado se ne trova di quello di 16, e talor anche di 12 (detto dagli antichi electrum, e che è forse la nostra tombaca), convenne ridurre tutta la pasta che doveasi coniare ad uno stesso grado, purgando la soverchio impura e aggiungendo lega alla più pura del grado determinato; e così oggi si siegue a fare. Così al luigi d'oro di Francia è prefissa la bontà di 22 carati, alle doppie di Spagna di 21 1/4, ai zecchini veneziani di 23 3/4. La stessa ai fiorini e agli ungari, sebbene con non eguale tempra di metallo: e quanto all'argento i Francesi, come noi usiamo, danno alla moneta II once di fino, ed una di lega. L'altra ragione non meno considerabile è stata questa, che l'oro purissimo è soverchio flessibile, e colla lega s'indura tanto che si è giunto fino all'arte di temperarlo; l'argento per contrario, quando è purissimo, è più fragile, e alla violenza del conio, che è grandissima, quello cedendo, questo spezzandosi mal possono resistere; perciò non è meraviglia che antichissimo sia l'uso della lega.



Le medaglie greche e le romane, le puniche e le spagnuole l'hanno, con questa differenza: che quelle d'argento, principalmente le romane, ne hanno più delle presenti, quelle d'oro fino a' tempi d' Alessandro Severo sono singolarmente pure. Le medaglie di Macedonia hanno 23 carati e 16 grani di puro, e nelle romane s'osservò che una medaglia di Vespasiano d'oro non avea di lega più d'una 788 parte. Le consolari d'argento non oltrepassano 10 once di fino; ma da Alessandro Severo in poi non si trova altro che disordine, frode e vil mescuglio di lega. Quelle d'oro non hanno quattro quinti di buono, e quelle d'argento un terzo; e così declinando sempre si trovano fino ai Goti peggiorate nell'uno e nell'altro impero. Ne' tempi seguenti, per la loro infelicità meritamente chiamati barbari, non può trovarsi regola o misura stabile alla bontà delle monete. È vero che Carlo Magno, e poi Federico II in un più tollerabile stato le posero, ma da questo subito declinarono. Nella Francia quasi in ogni anno variarono con disordine e disuguaglianza incredibile. Dal 1302, dal qual anno abbiamo più accurate notizie, non ebbero queste mai posa e regola alcuna. Fa meraviglia ed orrore il vedere quali mutazioni, e quanto grandi sofferse il valore del fiorino riguardo allo scudo dal 1345 sino al 1357 sotto i regni di Filippo VI e Giovanni. Dalla Pasqua del 1355 fino alla fine dell'anno 22 volte si cambiò prezzo alla moneta, e dal valore di 16 scudi si pervenne a quello di 53 al primo di gennaro, ed al dì cinque di esso si calò a 13 scudi e 4 denari. In fine la Francia, la quale sopra ogni altra nazione ha più spesso messa la mano alle monete, e mutatele quasi con quella volubilità istessa ch'ella fa de' vestimenti, presenta agli occhi di tutti nelle storie del Blanc e di altri un monumento singolare di tempi miserabili e calamitosi. A chi mancasse l'opera di questo dotto francese, può bastantemente supplire il Dizionario del du Change accresciuto da' PP. di S. Mauro, alla voce Moneta.



Non minore è il disordine in que' tempi nelle monete italiane, avendo la quantità di diversi principi fra noi cagionato quello stesso che in Francia operava il cattivo governo d'un solo. Perché egli è da sapersi che niuna quantunque piccola città è in Italia, che nelle varie vicende sue non abbia goduto in qualche spazio di tempo un'ombra di libertà, ed in questo tempo non abbia voluto battere moneta. Nel nostro Regno i principi beneventani, che dopo la distruzione del regno longobardo rimasero sovrani, i salernitani, i consoli e dogi napoletani fecero proprie monete: indi, poiché da' Normanni fu in un solo regno ridotto, né mai da questo stato s'è tratto, egli solo in tutta Italia ha goduto d'una sola moneta. Sono state perciò queste le più ordinate; e da' Normanni in Sicilia, dagli Svevi in Messina e in Brindisi, poi in Napoli, che sede regia cominciò ad essere, si sono battute. Ma il restante d'Italia, che tutta divisa in piccolissime città, e queste ora sotto tirannetti, ora in una spezie di libertà, da diversi umori di fazioni miseramente lacerata, fino al decimoquinto secolo visse; non vi fu città, o signore, che non battesse moneta, e (quel ch'è peggio) che diversa dall'altre in peso ed in bontà non la facesse. Nel solo stato che oggi è della Chiesa, han battuto moneta i papi, il Senato romano, Ravenna sotto i Goti, gli esarchi e i vesrovi suoi, Rimini, Bologna, Ferrara, Forlì, Pesaro, Sinigaglia, Ancona, Spoleti, Ascoli, Gubbio, Camerino, Macerata, Fermo; e sulla guisa istessa è tutto il restante d'Italia. Quel che una tanta confusione cagionasse è facile l'indovinarlo. La tirannia de' principi è congiunta sempre colla stupidità de' sudditi. Quel danno che colla lega e coll'alzamento tentavano i superiori di fare, questi, non lo sentendo, e quasi non se ne accorgendo, lo minoravano; finattanto che le turbolenze delle armi, come sempre avviene, fecero girare la povertà e la ricchezza con diverso movimento da quello che con queste arti si sperava dar loro; con ducendo il commercio le ricchezze più lentamente, che la guerra e la rapina non fa. Non è però che di alcune monete non fosse il credito maggiore, e che per lo più non si usasse d'apporre ne' contratti che la moneta da pagarsi dovesse esser la tale o la tal altra, e vi si aggiungessero le qualità di aurum dominicum, probatum, obrizatum, optimum, pensantem, expendivilem, o altro. Fra le monete più accreditate furono i denari di Pavia e di Lucca, detti papienses e lucenses, di cui frequenti memorie troviamo; finché avendo battuto i Fiorentini il loro fiorino d'una dramma d'oro puro, da questa restarono tutte l'altre oscurate e vinte. In que' secoli per la varietà delle monete nacquero i nomi di moneta fortis e debilis ad esprimere la maggiore o minor quantità della lega: e da queste indi a poco nacque l'altra di moneta infortiata, o infortiatorum. Perché siccome altamente si querelarono i popoli degli alzamenti e della lega, spesso dovettero i principi ristorare quella moneta che aveano così bruttata; il che fu detto in que' secoli inforziare in vece del latino restituere, e moneta infortiatorum, quasi moneta restituta. Di questi denari trovasi fatta menzione fin dal 1146.



Benché non s'appartenga al mio istituto, mi rincresce trapassar tacendo una mia congettura che per la singolarità e novità sua potrebbe esser gradita. Io credo che dal nome di questa moneta venga quello che ha la seconda parte de' Digesti, che dicesi Infortiatum. La moneta inforziata occupava il luogo di mezzo tra la moneta vecchia buona, e la nuova abbassata: questa corrispondenza poté fare che, poiché fu dato il nome al Digesto vecchio e al nuovo, e per quel di mezzo non se ne trovava alcuno, il sovvenire di questa moneta allora celebrata le avesse procurato un tal nome. Per istrana che sembri questa etimologia, certamente, se si riguardano le altre due, non si crederà indegna della loro compagnia. L'una viene dal frontispizio del titolo, che ha De veteri iure enucleando, l'altra da quello De novi operis nuntiatione. Cose così mal intese e goffe non debbono promettere al nome infortiatum una più ragionevole etimologia, e tutto all'infelicità de' tempi sarà perdonato.



Ritornando ora al mio proposito, stimo necessario dileguare dagli animi quell'errore per cui si crede poter nuocere la lega alla moneta, onde di moneta buona e cattiva spesso si ragiona. Tutta la moneta è ugualmente buona; e quella che ha dieci carati di lega è buona tanto, quanto quella che n'ha un solo. La ragione è che non si valuta la moneta secondo il suo peso totale, ma secondo la quantità di quella parte di buon metallo che v'è. Quindi se una libbra di moneta d'oro, che ha 24 carati di buono, valerà quanto una libbra e un quarto di moneta di 18 carati, ognuno comprende che in tanta diversità di lega sono egualmente buone le monete: giacché il metallo di lega si può sempre segregare dal prezioso. Perché dunque, chiederanno molti, si dicono le monete di molta lega cattive ? Nasce questo, perché molte volte la frode o la forza della legge fa prendere la moneta di molta lega per quel valore che avrebbe, se tutto il suo peso e la materia fosse di metallo puro. Così è, quando ad una libbra d'oro di 24 carati equivale una libbra di 18 in cui solo tre quarti di oro vi sono, l'altro quarto è di lega. È adunque la legge che fa cattive le monete, e non la lega. Chi vuole che in uno stato sieno tutte buone le monete, non ne valuti alcuna, né dia loro prezzo; perché se sono disuguali, nell'apprezzarsi l'una coll'altra saranno ragguagliate dalla moltitudine, misuratrice giustissima e fedele; se sono tutte del pari basse di lega, coll'incarire apparente d'ogni cosa sarà aggiustata la loro proporzione a' prezzi delle merci, secondo quella porzione di buon metallo che contengono.



Che questo ch'io dico sia verissimo appare, oltre alle altre ragioni, dal vedersi usare dal più delle nazioni una moneta di tanta lega, che diviene composta per metà d'un metallo prezioso, e d'uno vile, detto da' Francesi billon, e dagli Spagnuoli vellon; e questa non v'è chi ricusi prenderla; perché è valutata, e corre per quel di buono che ha in sé. E di questa, secondo ho promesso, entro a ragionare prima di finir questo libro.



Molti e gravi scrittori, e le meglio ordinate repubbliche, coll'autorità e coll'uso esaltano e pregiano queste monete di due metalli, e come una istituzione utilissima e meravigliosa la custodiscono;l dall'esempio, e voci de' quali sonosi molti governi mossi ad usarla, come un rimedio d'ogni gran male, quasi con quella speranza ed esito stesso, che degli elixir negli estremi morbi si suole. Le utilità vere di questa spezie di moneta, come le numera il Broggia, sono: I. Che la moneta d'argento piccola si consuma assai; e s'ella è tutta di buon argento, il danno è più grave che s'è di bassa lega. II, Che si dà uso a quegli argenti che pervenissero nella zecca di più basso carato delle monete grosse che vi si zeccano: il quale argento, se si dovesse raffinare, richiede più spesa che a fonderlo con maggior lega ed abbassarlo. III. Che facilita il minuto commercio. Sono queste utilità tutte giudiziose e vere; ma sono piccole assai in confronto d'un tutto, qual è uno stato. E quanto al consumo, io dimostrerò al seguente libro che questo risparmio, se nel nostro Regno si fosse fatto, non monterebbe a più di 20.000 ducati in 50 anni, o sia a 400 ducati l'anno; economia per un regno intero così meschina e misera, che fa mancare il fiato. Questa verità è dimostrata da un calcolo tutto tirato da' princìpi certi e conosciuti: tanta differenza v'è tra l'affirmare all'ingrosso, e l'esaminare su i numeri le cose.



L'altra utilità è anche meno sensibile di questa. Appena essa monta in una coniata d'un milione di ducati a 2.500 ducati: perché non cade che sugli argenti di più bassa lega, e non importa altro che il risparmio dell'affinamento. Nella nostra zecca si valuta la spesa a 32 grana per libbra d'argento, e la libbra ne vale quasi 1.600; questo risparmio non giunge a quattro grana a libbra: dunque in un milione di ducati (ch'io suppongo che tutto s'abbia da raffinare) v'è la spesa di 20.000 ducati, e su questi 2.500 di guadagno. Quest0 conto ha tutte le agevolezze possibili. Ora avvertasi che in un regno, quanto è il nostro, non vi deve essere più d'un milione di ducati di moneta di billon; e il coniarne tanta succede almeno in un secolo: aggiungasi che il coniare il billon costa quasi il doppio dell'argento; il rame che quasi vi si perde dentro, e ognuno vedrà che o vi è perdita, o non v'è guadagno affatto.



Che se si loda la maggior facilità del commercio, questa cura conveniva più a' secoli passati, che al nostro. S'introdusse la moneta bassa per lo scemamento dell'argento nell'Imperio romano, come da Nicolò Oresmio vescovo di Lexovio è detto: ((et quoniam aliquoties in aliqua regione non satis competenter habetur de argento, imo portiuncula argenti, quae iuste dari debet pro libra panis, esset minus bene palpabilis propter nimiam parvitatem, ideo facta fuit mixtio de minus bona materia cum argento; et inde habuit ortum nigra moneta, quae est congrua pro minutis mercaturis)). Questa moneta è la stessa che la moneta nigellrum, di cui si trova frequente menzione nelle carte di que' secoli. Nel nostro secolo adunque abbondante tanto d'oro e d'argento, che si cominciano a dismettere le più basse monete di rame, come noi abbiamo fatto del cavallo e de' duecavalli, è più tosto da dismettersi la moneta di cui ragioniamo, che da desiderarsi e promuoversi ove ella non è. Il non aver noi moneta mezza fra la pubblica e il carlino, è noto che non ci arreca incommodo nessuno; e quando ce lo dasse, sarebbe meglio medicarlo con monete di buon argento framezze tra il carlino e i due carlini, come facciamo noi colle 12 grana, e 13, e i loro doppi, che con moneta di lega. E che questa, non ostante i suoi piccoli comodi, non s'abbia da introdurre ove non è, lo convince questa grande e potentissima ragione, che ogni nuovo, quando non è utilissimo, perché egli è nuovo, è cattivo.



Che se la bassa moneta avesse la virtù di restare in un paese, e non fuggire, come molti se ne persuadono, sarebbe molto bella cosa, e non altro che questa dovrebbe coniarsi. Ma questo uscire delle monete e scappare, e per contrario venire e correre sono frenesie. Le monete non fuggono, né la loro rotondità e leggerezza le lascia portar dal vento. Io m'offro garante a tutti, che purché non si tocchino, se se ne vanno, sarà in danno mio. Sono gli uomini che ne portano le monete, e questi lo fanno o per necessità, o per utilità. Se è per necessità, quando non possono mandar la moneta a sanare le sventure e i bisogni, vanno essi via: e sebbene l'uomo con moneta vaglia più di chi n'è senza, la moneta senz'uomo non val nulla affatto. Dunque alle necessità s'ha da soccorrere con fare uscir la moneta, non col ritenerla: perché o l'uomo caccia essa, o essa l'uomo.



Alla utilità, per cui esce anche la moneta, s'ha da aver questo principio per fermo, che la moneta cattiva scaccia la buona. Cattiva è quella ch'è mal valutata sulla proporzion de' metalli, ed ha meno metallo che prezzo estrinseco della legge. Perciò non è vero che il billon mal valutato abbia virtù di restare; esso ha la virtù di mandar via l'argento e l'oro; e se ciò sia desiderabile è manifesto. Il peggio è che all'ultimo comincia ad andarsene anch'esso, avendo cagionata mendicità nello stato. Che se è ben valutato, allora mai non usciranno le monete per difetto intrinseco che sia in loro; ma la piaga sarà in altra parte; e là, non sulle monete, conviene applicar le medicine. E che la sproporzione di valuta sia il solo difetto, per cui escono le monete da uno stato, sarà dimostrato nel libro che siegue.